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IL RUZZOLONE

Tra le tante attività di un recente passato travolte e sepolte dall’inesorabile avanzar del progresso, ci sono anche alcuni tipi di svago, come il gioco del ruzzolone, molto praticato da noi, da indurre qualcuno a sostenere che sia nato a Perugia. Gli esperti assicurano che derivi dal lancio del disco, ripreso dai Greci e rielaborato dagli Etruschi in maniera originale: il discobolo che lancia l’attrezzo per aria si sarebbe trasformato nel vigoroso atleta che lo sfettuccia per terra. La tesi non è peregrina poiché in un affresco della “tomba dell’olimpiade”, a Tarquinia, è ben visibile un giovane nella classica posa di lancio, e costituisce il documento più antico relativo a questo tipo di sport. D’altra parte il cerchio e la sfera furono le prime forme geometriche a conquistare l’immaginazione e l’interesse dell’infanzia dei popoli; forse è per questo che ogni zona ne rivendica la paternità ed afferma di aver dato i natali al lancio della ruzzola.
L’attrezzo consisteva in un cilindro di legno duro (in genere di sorbo) di 35 o 40 centimetri di diametro, erto 7 o 8, e pesante da un minimo di 2 ad un massimo di 5 chili. Ma le dimensioni ed il peso variavano da zona a zona. Intorno al disco si attorcigliava per due o tre giri una robusta fettuccia di canapa, fissata all’avambraccio da un cappio di cuoio, sulla quale era bloccato un rocchetto di legno a portata delle dita indice e medio che lo arpionavano a uncino. Dopo alcune evoluzioni del braccio, simili a quelle del lanciatore del peso, il ruzzolone veniva liberato togliendo le dita dal rocchetto ed il moto rotatorio impresso dalla fettuccia avviava l’attrezzo in un percorso più o meno lungo.
Si giocava in due, l’uno contro l’altro, o anche in quattro, coppia contro coppia, in gare avvincenti e popolari perché i protagonisti erano operai, artigiani, commercianti e professionisti, giovani e meno giovani con energie in corpo. La sfida era seguita da numerosi spettatori curiosi di vedere la fine e la vittoria spettava a chi, dopo un numero concordato di lanci (in genere quattro o cinque), arrivava più lontano con il suo ruzzolone. Interessante era lo studio della strada prima del lancio da parte del giocatore e l’abilità nel rimettere in carreggiata l’attrezzo. I lanci successivi al primo, infatti, avvenivano dal punto preciso in cui era finito quello precedente che poteva essere un fosso, un campo o un cespuglio lungo la strada. La posizione scomoda del tiro era un handicap formidabile e spesso condizionava l’abilità del lanciatore per arrivare favorito a “spitare”, cioè ad effettuare l’ultimo lancio che, come nella staffetta, era più tranquillo se si partiva da una posizione di vantaggio.
Per quanto è dato sapere, i primi ruzzoloni non erano dischi di legno, ma forme di formaggio invecchiato che il vincitore “soffiava” all’avversario al termine della gara. In mancanza di una dentatura robusta per rodere quel tipo di alimento, le massaie lo grattugiavano sulle tagliatelle: un modo gustoso per ricordare la vittoria più a lungo. L’usanza è rimasta in vigore fino a non molto tempo fa, specie sulle montagne del Frignano (Modena), dove la cultura e la produzione del formaggio vantano una storia di tutto rispetto.
L’inizio delle gare aveva la sua data canonica nel giorno di Pasqua. La festa della Resurrezione portava la primavera e il sole, specialmente quando era “alta”, e le strade, ancora poco polverose, diventavano lo stadio del tempo. In molte zone, oltre al ruzzolone, si giocava a “boccia forte” con le stesse regole, solo che ad essere lanciata era una sfera, al posto di un disco.
A Perugia con le celebrazioni pasquali iniziava ogni anno la guerra tra il ruzzolone e il Comune; una guerra lunga, durata molti decenni, costantemente persa dal sindaco. Finché non arrivarono avversari più agguerriti, l’asfalto e l’automobile, che decretarono la fine del gioco. Qualche rischio, in effetti, la ruzzola lo presentava, come quello di rompere uno stinco ai passanti o di imbizzarrire i cavalli, e il Comune emanava ordinanze severe corredate da multe salate per scoraggiare i ruzzolonari. Dal momento che il divieto era una cosa impensabile, si cercò di esiliare il gioco in alcune strade di minor traffico, come quella che scendeva a Ponte Felcino, quella di San Marco e quella delle Sette Valli o di Pila. Ma i Perugini se ne infischiavano dei divieti e giocavano dovunque. Magari si raddoppiava il numero degli “avvisatori” e delle vedette perché non succedesse niente di grave. Nonostante ciò, i cronisti riportano numerosi incidenti provocati dal ruzzolone. Ne ricordiamo uno tra i più seri verificatosi sulla strada di San Girolamo, vietata dalle ordinanze comunali. Era il mese di aprile del 1898 e un’anziana signora di 78 anni, Maria Stella Mori, ormai non più agile nel driblare l’attrezzo, venne colpita ad una gamba che le fu poi amputata. L’episodio scatenò vivaci reazioni, tanto che il Comune adottò provvedimenti severi e vietò persino l’innocuo gioco della “bocciarella” che consisteva nel lasciar partire la boccia su una strada in discesa: vinceva quella che si fermava per ultima. La povera gente si divertiva con poco e senza tante emozioni.Quando si giocava con le forme di formaggio, il gruppo degli spettatori si faceva più numeroso e non staccava mai gli occhi “gufatori” dal ruzzolone. Ad ogni lancio veniva guardato con l’interesse e l’avidità dei topi. Se la forma si rompeva, infatti, i pezzi appartenevano a chi li raccoglieva, come se fossero una “res nullius”, e l’assalto ai rottami era uno spettacolo nello spettacolo. Con il pretesto del disco “caseario”, stando ai cronisti ben informati, entrarono in città diverse forme di cacio senza pagare il dazio, tra la gioia di tutti, compresi gli ignari dazieri, per l’ineffabile gusto di farla in barba alla legge, specie se tributaria.
Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Corriere dell'Umbria del

PERUGIA DEL REGNO D’ITALIA ALLA LENTE DI ALCUNI NUMERI

Il primo censimento del Regno d’Italia si fece nel 1861. Pur con tutti i limiti organizzativi e le approssimazioni dei rilevatori, i dati raccolti furono la prima fotografia veritiera della popolazione italiana. Il censimento rispondeva allora ad una logica produttiva, tanto che i primi cinque (dal 1861 al 1911, nel 1891 non ci fu censimento) furono disposti dal Ministero dell’Agricoltura Industria e Commercio; quello del 1921 dal Ministero dell’Economia Nazionale, per passare, dal 1931 in poi, alle competenze dell’Istat.
Le cifre sugli abitanti di Perugia conosciute fino ad allora si basavano su affermazioni autorevoli di insigni scrittori, ma erano empiriche, molto approssimative e in alcuni casi infondate. Le mura etrusche, ad esempio, avrebbero racchiuso quarantamila abitanti, un numero enorme, sicuramente mai raggiunto nei duemila anni successivi. Una densità simile avrebbe incentivato l’opera di decimazione delle pestilenze che in ripetute occasioni, nei secoli successivi, arrivarono a sfoltire il 30% della popolazione. Nel 1300 Perugia contava circa 25-30 mila abitanti e altrettanti sparsi nel contado. La “Relazione sui Castelli dell’Umbria” di fine 1500 di Cipriano Piccolpasso glie ne attribuiva 32.000, scesi a 14.000 a metà del 1700 in seguito ad epidemie disastrose. In un diario perugino del 1772 si afferma che gli abitanti della città erano 16.000. Gabriele Calindri sul “Saggio statistico e storico” del 1829, relativo allo Stato pontificio, sostiene che la città contava 14.886 abitanti sui 2.592.329 di tutto il territorio del Papa. Interessante è notare la classificazione: 1° accattoni, ciarlatani, inabili, vagabondi, zingari e altra gente perniciosa alla società = 406.000; 2° dediti all’agricoltura e alla pastorizia = 1.776.000; 3° dediti alle Arti belle e alle Scienze utili = 24.000; 4° fanciulli in tenera età (?) = 217.000 Dopo quello dei contadini, i malandrini di Calindri rappresentavano il secondo partito.
Nella cultura del tempo il numero esatto delle persone aveva poca importanza. Il potere pubblico contava le famiglie (i fuochi), perché “il focatico” era alla base dell’imposizione tributaria; “le bocche” appaiono molto raramente e l’espressione materialistica fu resa più nobile dall’illuminismo che preferì parlare di “teste”. Solo le parrocchie registravano con cura nei loro archivi il numero delle “anime”, ma questi documenti, spesso mal tenuti, sono in gran parte dispersi e non esistono sintesi complessive a livello diocesano.
I dati forniti dal primo censimento unitario dicono che il comune di Perugia contava 44.125 abitanti di cui 14.880 residenti in città, 5.332 nelle frazioni e 23.913 in campagna. Quello del decennale registra un aumento di circa cinquemila unità, così distribuite: città 16.708, frazioni 5.869 e campagna 26.926 con un incremento vistoso soprattutto nella popolazione dei campi. La tendenza all’aumento fu sempre costante, anche se lenta, fino al censimento del 1901 in cui il comune raggiunse i 58.753 abitanti, 20.000 dei quali residenti in città e distribuiti in 4.484 famiglie con una media familiare di 4,5, leggermente più alta di quella di oggi.
Sul piano sociale il progresso stentava. L’ospedale trecentesco di via Oberdam non riusciva a rispondere alle cresciute richieste. Nel 1891 aveva assistito 1290 malati, una cifra enorme per quei tempi e in quella struttura. Per aumentare gli spazi erano stati sfrattati i trovatelli, ma fu un provvedimento insufficiente. I bambini abbandonati, più noti col nome di “bisci”, erano 2.029 e 1.734 di essi erano stati affidati agli “allevatori” in campagna. Il sindaco Ansidei aveva istituito alcune condotte mediche nelle campagne, aumentate dai suoi successori, ma erano poche in relazione alla enorme massa di gente che viveva sui campi. L’analfabetismo sfiorava il 90% e sebbene la legge Casati avesse dichiarato guerra all’ignoranza, rimase a lungo una piaga sociale. Le scuole serali erano state istituite, come pure i corsi affrettati per preparare i maestri. Chiunque sapesse leggere e scrivere poteva diventare docente a 333 lire l’anno, il tetto minimo fissato dalla legge Casati, a carico del Comune. La prassi del “mutuo insegnamento” (chi sapeva qualcosa insegnava a quelli che non sapevano niente) era resa necessaria dalle circostanze. Il mestiere della docenza fu povero e anonimo fin dall’inizio, come i bisci, se si considera che nello stesso periodo il segretario del Comune percepiva 4.000 lire l’anno, l’ingegnere capo (che era un geometra) e il ragioniere 3.600, e il facchino, cui era concesso fare un secondo lavoro, 600.
Il tenore di vita era basso e i prezzi salivano sempre più, pur rimanendo inferiori a quelli del nord. A causa della tassa sul macinato il prezzo del pane era raddoppiato dai tempi del Papa: costava 44 centesimi al chilo, contro i 58 di Bologna. L’olio d’oliva andava da 92 a 110 lire l’ettolitro, contro i 135-148 del nord. Il vino costava 13,40 lire l’ettolitro, contro le 29 di Bologna. Era più cara solo la carne bovina e la gente comprava il castrato. A “La Corona”, una locanda media di via Mazzini, frequentata da commercianti e giovani tenenti della guarnigione, si mangiava con una lira e mezzo. Una piccola casa in periferia costava 200 lire all’anno di affitto, mentre il prezzo dell’usato era abbordabile; in via Appia una casa a due piani con dodici ambienti era offerta a 4.500 lire nel 1872. Gli appartamenti nuovi di Palazzo Calderini si vendevano dalle sette alle diecimila lire, a seconda dell’altezza. Quelli dei piani bassi costavano più perché nel conto erano comprese le energie risparmiate per salire in cima senza ascensore.
Le vacanze al mare o in montagna non si conoscevano e la massima aspirazione della borghesia perugina era espressa nella triade: “Moglie bella, casa al Corso, villa a Prepo!”
I rapporti sociali diventavano sempre più dialettici per la nascita di ideologie e di interessi contrapposti.
Il clero temporalista veniva guardato con diffidenza e non mancarono gesti di dileggio, in particolare verso i frati. Ci furono anche episodi spiacevoli e gravi che non avevano niente a che vedere con la fede nelle proprie convinzioni. A volte, però, qualche prete “te le cavava dalle mani”, come successe nel 1873 quando il parroco del Duomo si rifiutò di battezzare un bambino perché i genitori volevano chiamarlo “Italo”. Lo riportarono all’ospedale dove era nato ed il cappellano non ebbe scrupoli ad amministrare il sacramento.
Sul finire della primavera del 1873, il prezzo del pane era ancora salito ed aveva raggiunto i 50 centesimi al chilo. La povera gente, pur consapevole che non erano le manovre speculative a determinare il rincaro, ma l’andamento del raccolto, non ne poteva più e il 2 luglio si ebbe una massiccia manifestazione contro il carovita. Migliaia di persone si radunarono in Piazza Vittorio Emanuele (oggi Piazza Italia) e dopo concitati discorsi sfilarono in corteo per il Corso fino al Palazzo dei Priori scandendo le parole “carovivere” e “monopolio”. Ad arringare quella gente c’erano nomi di spicco della borghesia perugina come Raffaele Omicidi, Braccio Salvatori, Francesco Seracchi e Guglielmo Calderini.
La popolazione stava prendendo coscienza della condizione insostenibile e si organizzava per migliorare la propria esistenza, ancora più in fretta del cambio delle abitudini e dello stile di vita: agli inizi del 1900, l’angusta via Bonazzi era piena di scuderie e i passanti si lamentavano temendo di prendere qualche calcio mentre i mansueti quadrupedi venivano strigliati all’aperto.
Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Corriere dell'Umbria del

Il VESCOVO IL TRENO E L’ASSASSINO

La mattina del 18 agosto 1892 i muri di Foligno apparvero tappezzati da centinaia di manifesti che incominciavano così: “Le società popolari attendono che la salma di monsignor Federici scenda nel sepolcro per protestare nel migliore dei modi legali contro le infami insinuazioni…” Il giorno avanti, “La Gazzetta di Foligno”, un giornale clericale uscito in edizione straordinaria, aveva addossato l’assassinio del prelato ai soliti “settari”. Riferimento esplicito e diretto non a particolari individui, ma ad un’area politica facilmente individuabile.
La nascita del partito socialista era alle porte. Ma già nelle periferie urbane e nelle campagne aleggiava il mito della riscossa che faceva presa tra la povera gente, organizzata in gruppi e “società” variamente denominate. Il massimalismo verboso e il linguaggio ardito non difettavano in simili ambienti e nelle celebrazioni del primo maggio di pochi mesi prima si era cantato a squarciagola: “Dinamite a chi è ingrassato/ col sudor dell’affamato./ Il Borghese, il Prete il Re/ salteranno tutti e tre./ E facciam saltare in fondo/ ogni angolo del mondo!/ Dinamitiam, dinamitiam…”
Il foglio cattolico si riferiva proprio ai “settari” di questo tipo, e la morte del vescovo, con frettolosa anticipazione, sarebbe stata opera di quella propaganda. Le “società popolari”, ancora non organizzate in partito, risposero in maniera risentita e immediata, comunicando di aspettare la sepoltura della vittima prima di inscenare una vibrante protesta, espressa in modo “legale”, a dispetto degli slogans e degli inni di sapore anarcoide.
Federico Federici, il vescovo di Foligno, era nato il 21 dicembre 1844 ad Agugliano, un piccolo centro vicino ad Ancona, dove il padre svolgeva la professione di medico condotto; aveva completato gli studi in un collegio romano e si era fatto prete. Per la vastità della cultura e la robusta preparazione teologica, fu scelto come docente di filosofia nel seminario di Ancona, attività che svolse fino alla nomina episcopale, avvenuta nel 1888. Aveva 44 anni ed era uno dei vescovi più giovani d’Italia. Il 16 di agosto tornava da Montecatini dove aveva passato un paio di settimane per le cure termali. A Terontola era salito sul treno che lo doveva condurre a Foligno. La linea Terontola-Foligno dal 1875 era diventata una bretella secondaria di collegamento su cui viaggiavano solo convogli locali, avendo perso il ruolo di spina dorsale del traffico tra il nord ed il sud svolto in precedenza, quando non esisteva lo sbocco Chiusi-Orte. I viaggiatori erano pochi e le carrozze non disponevano dei corridoi interni di comunicazione. Solo nelle grandi tratte erano unite tra loro da passaggi a mantice. Il dispositivo di allarme verrà introdotto nel 1893.
Monsignor Federici viaggiava in prima classe ed un collaboratore della sua segreteria in terza. Alla stazione di Assisi il treno sostò. Erano le 10 di sera ed il segretario andò a chiedere al prelato se avesse bisogno di qualcosa. Lo trovò tranquillo, intento a leggere un libro. Solo. Il treno, ormai prossimo al capolinea, era quasi vuoto. Il delitto si consumò poco dopo la partenza dalla stazione di Assisi. L’assassino, Annibale Poggioni, un giovane fabbro di Tuoro, stava acquattato da qualche parte in attesa di fare irruzione nella carrozza di prima classe dove viaggiavano i più danarosi. Quando vide il vescovo solo, capì che era arrivata l’occasione propizia per realizzare il progetto criminale, senza eccessivi rischi anche per un debuttante alla prima rapina come era lui. Alla Corte di Assise dirà di “aver bisticciato col vescovo” e non mentiva, dal suo punto di vista, poiché alla richiesta di consegnare il denaro e gli oggetti personali di valore, il prelato avrà certamente opposto un netto rifiuto. Senza frapporre indugi, il fabbro si avventò contro la sua vittima con una ferocia crudele, resa più accanita dal fatto che il giovane vescovo si difese con tutte le energie. La quantità e la natura dei colpi denotano una furia devastante, spiegabile solo come conseguenza di una colluttazione furibonda.
Il delitto fruttò settanta lire e l’orologio che il prelato portava con sé. Non fu toccata la croce pettorale d’oro, forse per rispetto del sacro, per istintiva superstizione o per la difficoltà di giustificarne il possesso, dal momento che un oggetto simile non si trova di solito tra gli arnesi di un fabbro. Poi, approfittando di un momento in cui il treno rallentava, saltò dal finestrino.
Alla stazione di Foligno ci si accorse del crimine e le indagini partirono a ritmo serrato. Gli agenti ebbero anche un po’ di fortuna perché l’assassino, nel saltare dal treno, si era ferito ad una gamba e il sangue sulla scarpata indicò la pista da seguire. Poggioni si fermò alla prima casa cantoniera per medicarsi, inventando una storia qualunque, poi camminando lungo i binari arrivò in mattinata a Perugia. Bussò ad un’altra casa cantoniera per una nuova medicazione e riprese il cammino per Tuoro, ma il suo viaggio finì a Ellera. Qui stanco e indebolito per il sangue perduto, si presentò ad una terza casa cantoniera, ma ormai i carabinieri avevano intuito le sue mosse e lanciato l’allarme. Il cantoniere di Ellera si insospettì, ma era solo in casa e non poteva avvisare nessuno. Con una scusa banale chiamò un ragazzino del posto e lo spedì ad avvisare i carabinieri di Castel del Piano, mentre si prodigava per medicare la ferita e far riposare l’omicida. L’arrivo dei carabinieri concluse la fuga del Poggioni e le manette scattarono nella tarda mattinata del 17 agosto. Fu un’operazione brillante, conclusa poche ore dopo il delitto, tenendo conto che “le pantere” in dotazione alle caserme di allora si chiamavano biciclette.
Era passato appena un mese dall’arresto del giovane fabbro quando ebbe luogo il processo dinanzi alla Corte d’Assise di Perugia. Non bastò la difesa appassionata di Francesco Innamorati per scagionare il ragazzo, condannato all’ergastolo. La pena di morte era stata abolita dal codice Zanardelli appena tre anni prima.
Roberto Sciurpa
(pubblicato su Corriere dell'Umbria del


GLI INQUILINI DELLA ROCCA PAOLINA

Il 28 giugno del 1540 fu posata la prima pietra della “superbissima ed inutilissima mole” che doveva troneggiare sul Colle Landone. A volerla fu il Papa Paolo III per una sua fisima personale perché i Perugini erano vissuti duemila anni entro quelle solide mura, senza bisogno di un fortilizio del genere, per la cui realizzazione fu sbriciolata mezza città. Ma dopo il sacco di Roma del 1527 ad opera degli Spagnoli, il cardinale Alessandro Farnese, che si era salvato in Castel Sant’Angelo, si affezionò a quel tipo di cattedrali. Diventato Papa, volle costruire il suo bunker nell’inquieta Perugina, “inimica suis”, e l’andamento dei lavori gli stava tanto a cuore che per ben sette volte venne a vedere come procedeva la sua creatura. Alla maestosità difensiva di Antonio Sangallo, Galeazzo Alessi aggiunse la grazia delle linee architettoniche e l’imponente cittadella, aveva un aspetto superbo ed elegante quando, dopo soli tre anni, ospitò i primi inquilini. Da quel momento fu testimone muta e puntuale delle vicende dell’acropoli, destinata ad ospitare di volta in volta i vincitori di turno.
La Rocca Paolina divenne così il simbolo del potere nei suoi aspetti più biechi del carcere e delle guarnigioni militari e per questo non entrò mai nel cuore dei Perugini ai quali ricordava arroganze, soprusi e ingiustizie. Per due secoli e mezzo vide aggirarsi intorno alle mura i rancori più o meno sopiti dei nobili sempre astiosi tra loro, l’apatia del potere incartato su se stesso e intento a celebrare la sacralità dei suoi riti, la sudditanza di una borghesia docile e rassegnata, il duro lavoro dei servi della gleba nella campagna del contado. Al suo interno, le segrete ospitavano i criminali comuni e chi dava fastidio ai potenti; al piano terra erano sistemate le armerie e le caserme della truppa; negli appartamenti nobili dei livelli superiori abitavano gli ufficiali e i dignitari del regime. Il delegato papale non alloggiava in quel labirinto, ma nel tempio del vero potere politico, rappresentato anche allora dallo storico Palazzo dei Priori.
Alla fine del Settecento, la calma secolare subì i primi scossoni. Gli abitanti della Rocca furono investiti dal vento del nord ed ebbero paura perché la borghesia francese aveva alzato la cresta e sovvertito il tradizionale ordine politico e sociale. L’epidemia avrebbe potuto contagiare l’Italia, anche se la borghesia nostrana, per il momento, non dava segni evidenti di pruriti rivendicativi. Ma si sa che le rivoluzioni si possono esportare anche con le armi ed il 4 febbraio del 1798 un contingente francese occupò Perugia. Il Governatore Pontificio abbandonò la città; i repubblicani presero possesso della Rocca, distrussero le insegne papali e le statue di Giulio III e Sisto V. Nella fortezza ora spadroneggiavano gli uomini di Agretti, il facinoroso ideologo giacobino, attorniato da altri suoi amici, tra cui il frate Urbano Tornera. I nuovi padroni non durarono a lungo, travolti dall’impopolarità per i soprusi della truppa straniera che li proteggeva e sconfitti dalla seconda coalizione europea contro Napoleone. La repubblica imposta dalle armi francesi, finì tra le fucilate, così come era nata. Il 31 agosto dell’anno successivo, dodicimila soldati austriaci e aretini accettavano a Pian di Massiano la resa di una città stanca e infastidita. I giacobini, asserragliati nella fortezza agli ordini del frate Tornera, si erano difesi fino all’ultimo. Tra i coordinatori delle truppe aretine c’era un prete, don Pietro Ciucci, che con cadenze ricorrenti incitava i suoi soldati a gridare il celebre slogan “Viva Maria!”. Sarà stata la rivalità tra il clero regolare del frate e quello secolare del prete, avrà giocato l’irritazione per quella falsa e ostentata devozione alla Madonna, avrà bruciato lo smacco per l’imminente sconfitta, sta di fatto che padre Tornera, incavolato nero, dalla sommità della Rocca, ricorse alla sua ultima arma difensiva mostrando agli aretini il fondo schiena nudo e gridando: “Madonnari, qua non si entra!” Il comico gesto aveva un precedente famoso avvenuto tre secoli prima con Caterina Sforza che lasciò di stucco Cesare Borgia durante l’assedio di Forlì. Di fronte alla minaccia del Valentino di ucciderle i figli prigionieri nelle sue mani, l’intrepida donna, dalla torre della Rocca di Ravaldino, alzò le vesti e mostrò lo strumento con il quale, a suo dire, di figli ne avrebbe potuti fare un’altra decina.
La Rocca Paolina restò impassibile al cambio della guardia e accolse indifferente gli uomini del Vicario Imperiale Camillo della Gherardesca. Iniziava il periodo della Cesarea Reggenza che durò poco perché la battaglia di Marengo (14 giugno 1800) riportò i Francesi ad essere gli indiscussi signori delle vicende italiane. Ormai ai traslochi in fortezza ci si era fatta l’abitudine e gli imperiali di Francesco II d’Austria lasciarono il posto ai mercenari papalini controllati da Napoleone. Il 17 maggio del 1809 ebbe fine anche la parvenza del potere temporale dei papi e lo Stato Pontificio fu annesso formalmente alla Francia. Alla Rocca ora sventolavano i vessilli di Parigi, ma si sa che il vento politico cambia spesso direzione a scapito del popolo che è costretto ad improvvisi adattamenti, spesso seguiti da strascichi poco piacevoli o addirittura dolorosi.
Il 24 aprile del 1814, Pio VII riprendeva possesso del potere temporale e iniziava la restaurazione. La Rocca di Paolo III tornava nelle mani del Papa ancora per qualche decennio. I fatti del 1831 non ebbero conseguenze sconvolgenti a Perugia e la vita continuò come prima per il fallimento scontato di una sommossa improvvisata, senza coordinamento e ancora minore strategia. Più consistente sembrò il terremoto politico del 1848 che rovesciò il regime pontificio e instaurò la Repubblica Romana. In questo frangente qualcuno intravide la fine dei governi nati dalla restaurazione viennese, tanto che il processo politico in atto fu ritenuto irreversibile e incominciarono ad abbattersi le prime picconate demolitrici sul monumento paolino. Ma i tempi erano prematuri ed ancora una volta le armi francesi abbatterono il neonato regime popolare. Strana logica della politica estera, troppo spesso affetta da fisiologica incoerenza: la piccola Repubblica Romana veniva strangolata dall’unica grande repubblica esistente in Europa, quella francese di Napoleone III.
Ma ormai iniziava il decennio di preparazione. Il 14 settembre 1860 le truppe piemontesi di Fanti facevano il loro ingresso a Perugia. Questa volta non c’era spazio per tornare indietro. La grande fortezza perugina non fece in tempo ad ospitare i vessilli del tricolore italiano e il furore degli abitanti scaricò su di essa tutta la rabbia di antiche frustrazioni, ultimando l’opera di demolizione. La prima picconata, infatti, era stata già sferrata dal Gonfaloniere Benedetto Baglioni il 13 dicembre 1848, ma i rivolgimenti politici non consentirono, allora, di completare l’impresa e al nobile perugino non fu possibile vendicare l’esproprio gratuito dei terreni e dei palazzi che la storica famiglia possedeva sul Colle Landone.
Su quel colle oggi troneggia Palazzo Arienti, il Palazzo della Provincia che ospita anche la Prefettura. Ma questa è un’altra storia.
Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Corriere dell'Umbria del


IL PRIMO EDITORE TIFERNATE

Costantino Magi apparteneva ad una famiglia agiata della Fratta ed esercitò per alcuni anni la professione di medico. Rimasto vedovo si fece prete e scrisse gli aspetti più salienti della vita cittadina. I manoscritti sono conservati presso la Biblioteca Augusta di Perugia e tra di essi figurano “le vite sommarie degli uomini illustri della Fratta, scritte da Costantino Magi, medico fisico di detta Terra e cittadino perugino”.
Tra le biografie, c’è quella di Melchiorre Taragoni, un personaggio dimenticato, soprattutto dai valenti maestri della prestigiosa scuola editoriale tifernate, tanto che il suo nome non appare in alcuna memoria tipografica. Melchiorre nacque a Città di Castello il 23 marzo 1587 da Sebastiano, un ottimo falegname tutto casa e lavoro che assieme alla moglie Lucia Pazzi, appartenente ad una “riguardevole” famiglia di Citerna, seguì con la massima attenzione l’educazione del figlio. Magi afferma che Melchiorre aveva “introdotto l’esercizio delle stampe nella sua patria” e la testimonianza è certamente credibile perché riferita da un contemporaneo che intrattenne rapporti personali con lui. Le notizie sulla attività tipografica sono scarse in quanto l’autore, nonostante la sua formazione scientifica, è portato a privilegiare gli aspetti soprannaturali e prodigiosi, trascurando i particolari del lavoro e della realtà esistenziale. Ma proprio per questo i rari accenni biografici a quanto avvenuto prima del romitaggio acquistano un valore essenziale e veritiero. Nessuna meraviglia, quindi, se il medico-prete è più colpito dal fascino delle mortificazioni e dalle pratiche spirituali del santo romito, che dalla curiosità di descrivere un’attività artigianale che si stava affacciando per la prima volta nella nostra vallata. La fonte ci informa che nel 1622 ricevette l’abito di San Paolo, primo eremita, a Spello dal Vicario del Vescovo di Spoleto. Perché un tifernate fosse andato a ricevere la vestizione monacale nella zona di Foligno è difficile spiegarlo. A meno che non si ricorra ad una ipotesi abbastanza convincente. Foligno in quel periodo era un centro editoriale importante. Alcuni tipografi tedeschi, dopo il sacco di Magonza del 1462, vennero in Italia alla ricerca di mecenati che finanziassero la nuova ‘ars artificialiter scribendi’.Uno di loro, Johann Numeister, allievo di Johann Gutemberg, con alcuni compagni, si stabilì a Foligno (1463), come copista di manoscritti. In questa città trovò generosi finanziatori nei fratelli Mariotto ed Emiliano Orfini. Fu fondata una società tipografica che stampò nel 1470 il ‘De bello italico adversus Gothos’ di Leonardo Bruni, l’anno seguente le ‘Epistulae ad familiares’ di Cicerone e l’11 Aprile 1472, la prima edizione della Divina Commedia. Foligno era, quindi, un centro tipografico importante, ancor prima di Città di Castello e con molta probabilità Taragoni apprese i rudimenti della tipografia proprio nella terra di San Feliciano, dove i genitori lo avevano inviato dopo gli studi per imparare l’arte. La sua presenza a Spello e la dimestichezza con uomini degli ambienti vescovili, generosi committenti di lavori tipografici, con cui, a quanto pare, aveva stretto familiari contatti anche per le sue tendenze mistiche, renderebbero plausibile l’ipotesi avanzata.
La svolta decisiva, quindi, avvenne nel 1622, quando Melchiorre lasciò il lavoro, la famiglia e gli amici e si ritirò a vita eremitica. Forse già da tempo accarezzava in cuor suo questa idea, di certo accelerata dalla prospettiva del matrimonio, dal momento che il trentacinquenne tipografo stava per essere “accasato con partito molto ricco ed onorato”. Anche allora gli accoppiamenti combinati facevano un brutto effetto e Melchiorre, al tepore del nido domestico con la fresca sposina, preferì l’umido fondo di una cisterna per essere certo di stare lontano dal “ricco e onorato partito”. Lasciò il pozzo solo dietro consiglio del suo direttore spirituale e sulle colline che fiancheggiano la riva sinistra del torrente Niccone, in una borgata chiamata Civitella d’Ugolino (poi Civitella Guasta), fondò una comunità di monaci e costruì un grande tempio dedicato a Sant’Anna, la mamma della Madonna, di cui era particolarmente devoto. Oggi quella località si chiama, appunto, Sant’Anna e conserva i ruderi della chiesa e del convento. Lasciava spesso il suo monastero per scendere alla Fratta dove lo conoscevano tutti e proprio alla Fratta morì nel 1649, in casa di amici.
Le scarne notizie riportate dal Magi ci consentono di supporre con ragionevole certezza che i primi torchi di stampa apparvero a Città di Castello intorno al 1610, quando il ventitreenne Melchiorre era nella pienezza delle sue energie giovanili e poteva trasferire nei garzoni di bottega la passione e la tecnica del nuovo mestiere. Dove avesse appreso l’arte Magi non lo dice e l’ipotesi fatta potrebbe avere un buon fondamento, ma possiamo immaginare che la volontà e l’inventiva fossero utili quanto un buon tirocinio pratico poiché la tecnica tipografica in quel secolo si stava evolvendo a ritmi frenetici, mettendo gli addetti ai lavori di fronte a metodologie sempre nuove. I caratteri mobili in lega metallica di piombo, stagno e antimonio, ad esempio, avevano sostituito gli originari incunaboli ed erano prodotti da fonderie specializzate dalle quali i tipografi li acquistavano a prezzi accessibili, con i fregi decorativi e alcune immagini di uso comune, impresse nelle lastre di rame. L’arte tipografica presupponeva il possesso di una base culturale discreta e il futuro romito, sotto questo profilo, sapeva imporsi con indiscutibile prestigio, come dimostrano le importanti amicizie e gli appoggi altolocati che riuscì a stabilire e che procurarono i contributi necessari alla realizzazione del monastero e della chiesa.
Il periodo in cui iniziò la sua attività editoriale fu felice e disgraziato insieme. La stampa aveva avuto una diffusione enorme in tutta Europa, nel corso del Cinquecento, e la Riforma protestante rappresentò una vera manna per gli editori tedeschi che pubblicarono i testi sacri nella lingua nazionale. Il fervore tipografico, sollecitato dalla Riforma, dette una poderosa spinta alla ricerca di metodologie e di materiali sempre più pratici; ma la stagione del Concilio di Trento diffuse misure restrittive e severe verso ogni tipo di pubblicazione virtualmente sospetta. La Congregazione dell’Indice era molto vigile e dispensava condanne esemplari non solo nei confronti degli autori ritenuti eretici, ma anche delle tipografie che stampavano le loro opere. Taragoni iniziò la sua attività tipografica nel periodo in cui vedevano la luce il “nuncius sidereus” di Galilei ed altre opere osannanti l’eliocentrismo. E’ legittimo supporre che la sua tipografia, collocata nel bel mezzo degli Stati della Chiesa, non si cimentasse in lavori impegnativi e sospetti, limitandosi a stampare prodotti di secondaria importanza e soprattutto innocui per la censura ecclesiastica. Resta il fatto che mentre l’editoria dell’epoca abitava nelle grandi città del nord, in particolare a Venezia, a Città di Castello si gettava il seme da cui sarebbe nata un’abbondante messe di grafici di eccelsa qualità. Oggi i seguaci del Melchiorre tipografo realizzano eccezionali riproduzioni artistiche nei laboratori della città altotiberina, con risultati eccellenti e apprezzati in tutta Italia. L’alto livello tecnico dei maestri tifernati e la loro precisione certosina erano emersi, del resto, qualche decennio fa, durante il complesso lavoro di stampa del vocabolario greco di Lorenzo Rocci. L’uso di particolari caratteri, i ricorrenti accenti e la cura nel collocare in modo giusto gli spiriti richiedevano abilità elevate che solo pochi e qualificati artigiani potevano offrire, in un’epoca in cui la manualità e l’utilizzo del piombo tenevano il posto delle attuali procedure computerizzate.

Roberto Sciurpa

(Pubblicato su Corriere dell'Umbria del 26 luglio 2010)

GIAMBATTISTA AGRETTI E LA
REPUBBLICA ROMANA DI NAPOLEONE

L’unica idea chiara che aveva in mente era quella di rovesciare il dominio pontificio e fondare una repubblica, ma non sapeva se limitata a Perugia e dintorni, unita alla Cisalpina, o autonoma e comprendente l’Umbria e le Marche. La soluzione più logica appariva quella dell’annessione alla Cisalpina, dal momento che Ferrara, Bologna, Modena e la Romagna, verso la fine del 1797, avevano proclamato la Repubblica Cispadana per confluire subito dopo in quella Cisalpina. Ma su questo problema Giambattista Agretti dimostrava una certa elasticità, anche perché non toccava a lui decidere; a lui interessava rovesciare il dominio papale e proclamare un regime osannante alle libertà democratiche. Per questo il 30 gennaio inviò una lettera ai Perugini sollecitandoli a smuoversi, se volevano liberarsi dal giogo papalino. Aveva indicato anche il triunvirato del governo provvisorio formato da Angelo Cocchi, Annibale Mariotti e Antonio Brizi.
Agretti era un democratico convinto, deciso e facinoroso, uno di quegli uomini che faceva dell’ideologia una religione e della vita una missione; un Robespierre perugino, insomma, o un Pol Pot in anticipo sui tempi, fissato nella esclusiva bontà delle sue idee, da non capire quelle degli altri. Un cronista attendibile come Giovanni Battista Marini sostiene che sarebbe stato l’anima del tumulto di Roma del 28 dicembre 1897 in cui rimase ucciso il generale francese Duphot. L’episodio, come è noto, determinò l’abbandono della sede diplomatica da parte dell’ambasciatore Giuseppe Napoleone, e l’occupazione di Roma ad opera delle truppe del generale Berthier.
Scoccata la scintilla romana, tornò in Umbria con lo stesso proposito e da Città di Castello scrisse la lettera cui si è fatto cenno, a nome dei Tifernati che non ne sapevano niente. La lettera ebbe un seguito positivo perché il suggerimento rientrava nella piega che ormai avevano preso le cose, con i Francesi nella capitale che il 15 febbraio patrocinarono la proclamazione della Repubblica. Il governatore pontificio, monsignor Giacomo Giustiniani, aveva lasciato Perugia il 4 febbraio e subito dopo si insediò un governo provvisorio composto da Cocchi (preside), Agretti (vicepreside) e da altri 17 “municipali”, i quali si circondarono di altri nove collaboratori presieduti da Giuseppe Rosa e Giambattista Laudati. Nel frattempo il preside Cocchi e Annibale Mariotti erano volati a Roma per partecipare alla stesura della Costituzione Repubblicana e Agretti rimase il capo indiscusso del governo provvisorio e dei “municipali”. La pletora dei personaggi che formava il nuovo governo (ventotto persone in tutto) non era esagerata perché in poco più di un mese si tentò di abrogare leggi, assetti istituzionali, costumi e usanze consolidati nei secoli, per sostituirli con altri di segno diverso. Una revisione simile, nata dalla mente delle avanguardie, non ebbe né l’avallo popolare, né il tempo della metabolizzazione e rimase sospesa tra le nuvole del pensiero, tanto a scandire la vita quotidiana ci pensavano le truppe straniere che, come la storia ha sempre dimostrato, possono rimuovere gli ostacoli al progresso civile, ma sono incapaci di seminare i valori di libertà e di democrazia. Quelli erano tempi traboccanti di ottimismo in cui la cultura illuministica garantiva che lo Stato poteva assicurare “la felicità”. Non mi risulta che l’obiettivo sia stato raggiunto; ma in Italia ci si sarebbe accontentati di un traguardo più modesto, quello della giustizia, che non arrivò nemmeno con i lumi del Settecento.
Intanto Agretti, validamente spalleggiato dal frate Urbano Tornera, coltivava la pianta della palingenesi perugina. Aboliti tutti i titoli nobiliari non si vedevano più in giro baroni, conti e marchesi, ma solo “cittadini”. Tutti gli stemmi gentilizi scomparvero dalle arcate dei portoni e le riserve di caccia e di pesca, testimoni di odiosi privilegi, vennero cancellate dalla legislazione. Fu imposto al vescovo di predicare la concordia e l’obbedienza e poteva farlo solo lui con i parroci e i quaresimalisti; tutti gli altri membri del clero dovevano tener la bocca chiusa e giurare odio alla monarchia e fedeltà alla repubblica, al pari degli impiegati civili dello Stato. Il vescovo Alessandro Maria Odoardi giurò con tutti i suoi preti, secondo le indicazioni superiori che miravano ad evitare rotture con il nuovo regime. Così furono molto concilianti i sermoni del prelato pronunciati dall’ambone, dal momento che Agretti gli aveva tolto il privilegio del trono e del baldacchino nel duomo. Vennero soppressi i conventi di Sant’Agostino e di Montemorcino. Le statue bronzee di Giulio III e di Sisto V furono deposte e fuse per fare baiocchi e quella di Paolo III alla Rocca Paolina, in terracotta, fu fatta a pezzi perché non ci si poteva far altro. Così anche l’arte pagò il suo contributo alla rivoluzione. Sotto l’albero della libertà, in Piazza Grande, si bruciarono l’archivio dell’Inquisizione e i tre robusti travi di noce che formavano il patibolo della forca, mentre a San Francesco al Prato veniva issato il traliccio metallico e incombustibile della ghigliottina. Venne istituita la Guardia Nazionale che intruppava i cittadini dai 19 ai 50 anni e si istituì un Comitato di Istruzione Pubblica, vero e proprio ufficio di polizia controllato e diretto da Agretti. Si vendettero i beni ecclesiastici per un valore di 4 milioni e vennero requisiti gli oggetti d’oro e d’argento delle chiese. Tutte le cedole con un valore superiore a 35 scudi furono annullate. Fu abolita la tassa sul macinato e abbassato il prezzo del sale. I provvedimenti amministrativi varati nel primo mese di governo vietarono alcuni giochi da bettola, le processioni notturne, le tettoie sulle officine, le cocce sui davanzali delle finestre, le questue campestri per le feste e i pranzi in onore del patrono nelle campagne.
L’Agretti e il suo frate Tornera si dettero un gran da fare per diffondere tra il popolo la nuova scienza della democrazia. Ma qualche difetto di comunicazione si verificò se i contadini insorsero al grido di “Viva Maria!” proprio in seguito alla proibizione delle questue. La banalità del motivo denuncia che i valori più validi della repubblica non erano stati trasmessi dall’Olimpo giacobino degli illuminati ai terrestri sanculotti delle periferie. Così ci fu anche una Vandea umbra mentre i collaboratori del generale corso, con tenacia rapace, spogliavano l’Italia occupata dei suoi capolavori artistici.
Agretti “era uno dei capi più esaltati del partito nazionale”, secondo l’affermazione di Luigi Bonazzi che ebbe modo di conoscerlo dopo la Restaurazione del Quindici. In una nota della sua “Storia di Perugia” dice che viveva solitario e triste e scriveva in toni enfatici, chiamando “caste vergini e matrone” le donne della Conca. L’assuefazione all’oppio lo aveva costretto ad assumerne ogni giorno una dose maggiore e per l’estrema povertà in cui versava, la droga gli veniva fornita gratuitamente dalla farmacia di San Martino.
Il 20 marzo fu promulgata la nuova Costituzione che divideva lo Stato Pontificio in otto dipartimenti. L’Umbria ne comprendeva due,: quello del Clitunno e del Trasimeno, cui apparteneva Perugia. A capo del dipartimento del Trasimeno, diviso in tredici cantoni ognuno con il proprio prefetto e la propria municipalità, fu posto il saggio ed equilibrato Annibale Mariotti, affiancato da un triunvirato composto da Angelo Cocchi, Giulio Cesarei e Mariano Guardabassi. Giambattista Agretti era scomparso dai ranghi alti della nomenclatura.
Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Corriere dell'Umbria del 1° febbraio 2010)

I PRIMI PREFETTI A PERUGIA

Nel Regno d’Italia da poco proclamato, il ruolo svolto dai prefetti nelle varie province assunse un’importanza determinante. La preoccupazione di controllare ogni tentativo di rimettere in discussione l’unità raggiunta fu alla base di un assetto statale rigido e accentratore nel quale il Governo, tramite una fitta rete di terminali periferici, esercitava il controllo su ogni settore della giovane nazione. I prefetti si collocavano al vertice della rete ed erano depositari dei più ampi poteri politici, amministrativi e sociali. Venivano scelti tra una rosa di personaggi autorevoli per censo e fede unitaria, anche se sul piano delle capacità amministrative e politiche a volte facevano desiderare qualcosa di meglio. Il serbatoio preferito era il Senato che garantiva l’appartenenza ad un organo istituzionale prestigioso, nominato personalmente dal Re. Governo e Corona si sentivano, così, reciprocamente garantiti nel controllo capillare della realtà nazionale.
A Perugia, il primo prefetto fu il marchese Filippo Gualterio (nella foto). Era nato ad Orvieto il 6 agosto 1819 e aveva partecipato alle lotte risorgimentali. Dotato di vivace intelligenza e di brillanti doti manovriere, vantava ottime conoscenze a Torino dove lo chiamavano “il Mazzini di Casa Savoia”. Dopo la liberazione dal potere pontificio fu il braccio destro di Pepoli nel governo dell’Umbria e, alla fine del regime commissariale, ne continuò l’opera come Sovrintendente Generale (il termine “prefetto” apparirà solo alla fine del 1861) di una provincia che era la più grande d’Italia con Terni, Orvieto, Rieti e la Sabina. Il 20 gennaio del 1861 fu nominato senatore e costituì la triade dei rappresentanti dell’Umbria in senato, con il perugino Francesco Guardabassi e lo spoletino Pompeo Campello. Non mantenne a lungo l’incarico perché l’anno dopo divenne prefetto di Genova, poi di Palermo ed infine di Napoli. Nel 1868 fu nominato ministro dell’Interno del governo Menabrea e poi della Real Casa. Il 10 febbraio 1874 la morte prematura pose fine alla sua carriera politica.
L’Umbria di quegli anni era oggetto di particolari attenzioni. Anche se il plebiscito aveva sancito l’annessione con percentuali vicine al 100%, il tentativo di alimentare il malcontento popolare da parte dei “temporalisti” andava messo nel conto e richiedeva una particolare vigilanza. In questa situazione un politico di convinzioni unitarie robuste era più utile di un funzionario capace: Gualterio fu l’uomo che aveva tutti i requisiti necessari.
Quando se ne andò, nell’aprile del 1862, al suo posto arrivò un altro senatore, il marchese Luigi Tanari, ricevuto in pompa magna ai piedi della Conca dal sindaco Ansidei e da tutte le autorità perugine. L’insediamento e la partenza di un prefetto erano eventi solenni e si celebravano con cerimonie imponenti. Oggi, nel pieno regime delle autonomie locali, questi aspetti sono lontani dalla nostra cultura politica, ma allora il prefetto era una specie di vice Re o vice Primo Ministro che andava trattato con tutti i riguardi. I sindaci venivano nominati formalmente con decreto reale, ma il semaforo verde con l’informativa favorevole partiva dalla segnalazione prefettizia. All’atto dell’insediamento rivolgevano un solenne proclama ai cittadini della provincia, come se detenessero il potere esecutivo, e Tanari si preoccupò di raccomandare paternamente ai “Popoli dell’Umbria” che “patriottismo con sacrificio, concordia con abnegazione, perseveranza con tenacia siano i vostri pregi costanti…” Era nato il 28 luglio 1820 a Bologna; come Gualterio aveva partecipato alle lotte risorgimentali e passava per un esperto di agronomia con molte e apprezzabili pubblicazioni al suo attivo. Anche lui venne nominato senatore nell’infornata del 20 gennaio 1861 e ricoprì incarichi importanti, tra cui quello di Commissario nella Giunta sulla “Inchiesta agraria a sulla condizione della classe agricola”, istituita nel 1887 e nota con il nome di “Inchiesta agraria Iacini”.
In questo contesto, la moglie del prefetto finiva per avere un ruolo rilevante anche se non riconosciuto in maniera formale dalle disposizioni vigenti. Era la First Lady nelle periferie italiane di quegli anni. Le cronache dell’epoca sono ricche di particolari in proposito e la moglie di Tittoni, l’ultimo prefetto perugino di quel secolo, è rimasta famosa per la sua frenetica vita di relazione, per il presenzialismo costante e per i ricevimenti fastosi che offriva all’aristocrazia perugina nei saloni della prefettura. Donna “Bice”, insomma, ebbe una visibilità pari a quella del marito.
Tanari rimase a Perugia fino al 1866, quando fu sostituito da Giuseppe Gadda, un milanese nato nel 1822, anche lui senatore, che diventerà ministro dei Lavori Pubblici del governo Lanza. I due anni della sua permanenza sono caratterizzati dal risveglio dei temporalisti che nell’insuccesso militare di Custoza e di Lissa del 1866 videro la possibilità di rimettere in discussione il destino dello stato pontificio. Le cose andarono diversamente grazie alla vittoria degli alleati prussiani a Sadowa e l’Italia, nelle trattative di pace che seguirono, invece di perdere quello che aveva, come i temporalisti speravano, ottenne anche il Veneto.
Una mattina di maggio del 1867, sfogliando il giornale, si venne a sapere che il sindaco Waddington aveva segretamente ricevuto in casa sua il prefetto Gadda e l’arcivescovo Pecci per esaminare l’opportunità di inserire qualche candidato cattolico nelle liste liberali, in occasione delle imminenti elezioni comunali. Ci fu subito una secca smentita da parte degli interessati, ma la notizia era vera perché una scelta così delicata doveva avere avalli autorevoli. Non tutti i cattolici erano temporalisti e Waddington, perugino di Londra, dava al Governo la massima garanzia nella scelta di quelli più sicuri. Del resto la stessa cosa avverrà un decennio più tardi, quando si trattò di dare il “nulla osta” all’ascesa politica di Rocchi, un borghese democratico, che meglio rappresentava il nuovo corso della “sinistra”, salita al potere nel 1876. Il medico perugino aveva già da tempo preso le distanze dal radicalismo massimalista e verboso di coloro che “con i budelli dell’ultimo prete volevano strozzare l’ultimo re”. Fu una faccenda interamente manovrata da Maramotti, cui la nuova linea politica governativa non dispiaceva affatto. Sia nel primo che nel secondo caso, tutto avvenne d’intesa con il Governo.
Il quarto prefetto, Benedetto Maramotti, venne a Perugia con l’intenzione di restarci. Fu a capo della provincia per 21 anni e quando lasciò il servizio nel 1889, si stabilì in città da pensionato autorevole. Ormai si sentiva perugino a tutti gli effetti, tanto più che sua figlia Emma aveva sposato un Mavarelli, grazie anche ai ricevimenti e ai balli settimanali in prefettura da lui inaugurati e ai quali partecipava la crema cittadina.
Lo sostituì Bernardino Bianchi, e nel 1894 arrivò Bernardo Carlo Ferrari i quali per circa un decennio guidarono la provincia senza lasciare particolari tracce del loro passaggio. Ormai l’unità del Regno si stava consolidando e la “Rerum Novarum” di Leone XIII, il papa che era stato arcivescovo di Perugia, stemperava i bollori della “questione romana” e delle pretese temporaliste.
Mentre il secolo tramontava, nel 1898, arrivò un prefetto dinamico e capace, Tommaso Tittoni, con la brillante “donna Bice”, sua moglie. Nei due anni in cui rimasero a Perugia entrarono nel cuore di molti. Il momento più solenne fu la visita del principe Vittorio Emanuele accompagnato dalla consorte Elena. Quella mattina del 16 ottobre 1899 ad attendere gli ospiti alla stazione, assieme al marito, c’era anche donna Bice alla testa di un nutrito comitato di dame che presero sotto la loro tutela la futura regina d’Italia. Il prefetto accompagnava il futuro Re che qualche anno dopo lo avrebbe nominato primo ministro. Tittoni era destinato, infatti, ad una brillante e lunga carriera politica e quando nel mese di settembre del 1900 lasciò la città per assumere l’incarico di prefetto a Napoli, a salutare i due coniugi si radunò una folla commossa.
Tittoni fu ministro degli Esteri in vari governi e tornò a Perugia più volte a trovare gli amici. Detiene un primato difficilmente battibile: per 15 giorni, dal 12 al 27 marzo 1905, fu Capo del Governo, il più breve nella storia d’Italia.
Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Corriere dell'Umbria dell' 11 gennaio 2010)
L'INFELICE AMORE DI PORZIA CORRADI

La brutta storia si svolse durante il carnevale del 1599 e fu a lungo l’argomento preferito dei salotti buoni di Perugia, perché riguardava questioni di corna tra gente perbene. Il clima era quello tetro e austero del Concilio di Trento che, specie negli Stati della Chiesa, si mostrò inflessibile verso ogni forma di sgarro nei confronti della fede e dei costumi.
La fonte piccante del dramma racconta che Roberto Valeriani si era follemente innamorato di Porzia Corradi, una giovane sposa di appena diciassette anni. Il marito, Dionisio Dionigi, era capitano alla corte del cardinale Aldobrandini e si tratteneva a lungo a Roma per motivi di lavoro. A quel posto ci teneva perché il porporato, nipote del papa Clemente VIII (Ippolito Aldobrandini - nella foto), era uno dei più autorevoli principi della Chiesa. Nei periodi di assenza affidava la tenera moglie al fratello Corrado che abitava in un palazzo nella zona di Santa Lucia. Una sera di carnevale lo spasimante si recò sotto le finestre dell’amata per farle la serenata, in compagnia di due amici, Roberto Ercolani e Astorre Coppoli. Con inattesa sorpresa notò che una porta secondaria del palazzo era aperta e un invito così esplicito a salire non si poteva rifiutare. Coppoli se ne tornò a casa mentre Ercolani si trattenne a fare da palo, pronto a lanciare il concordato segnale in caso di arrivo di Corrado, il cognato di Porzia. I due amanti presero le cose con calma, tanto che il piantone, seduto sullo scalino della casa vicina, si addormentò e venne destato di soprassalto dall’arrivo di Ippolito Roncanelli, il proprietario, che non riusciva a rientrare in casa impedito da Roberto Ercolani sdraiato sulle scale. Pensando al peggio, Roncanelli mise mano alla spada, mentre l’Ercolani insonnolito estrasse la pistola e sparò uccidendo il malcapitato, scambiato per il cognato della giovane donna. Il delitto pose fine all’idillio. Valeriani ed Ercolani corsero a casa di Coppoli informandolo dell’accaduto, mentre Porzia, tra la paura della vendetta del marito e quella di perdere l’amante, prese la decisione più avventata. Invece di tapparsi in casa e far finta di niente, arraffati i denari e i gioielli, raggiunse gli amici, decisa a non separarsi dal suo innamorato. Si dovevano prendere decisioni su due piedi e mentre l’autore dell’omicidio ritenne opportuno rimanere a Perugia, Porzia con l’amante, Coppoli, Ercole Anastasi (un canonico perugino) e tre servitori (Carlo, Giovanni Battista e Sorbolone) si rifugiarono a Grosseto dove Coppoli aveva alcuni poderi. Ma nemmeno all’estero trovarono la tranquillità sospirata perché Dionigi, il moschettiere del cardinale, spinto dai bollori dell’orgoglio ferito più che dal fastidioso prurito delle corna, arrivò nella zona dopo che il cardinale Aldobrandini ebbe ottenuto dallo zio papa un deciso intervento sul duca di Firenze per l’estradizione dei sette ricercati. Il duca, uomo di mondo, che segretamente solidarizzava con i fuggiaschi, consigliò il Coppoli a ritirarsi nella sicura fortezza di Livorno, finché non si fossero calmate le acque. Ma costui disattese il consiglio, e non è chiaro se per paura di un tranello o per evitare al duca ulteriori noie con il Papa. Si rifugiò, invece, con gli amici a Porto d’Ercole che apparteneva ai Presidi Spagnoli. La decisione aveva una sua logica, poiché Ippolito Aldobrandini era stato papabile in ben tre precedenti conclavi, ma non venne mai eletto perché non gradito alla Spagna. Anche nel contrastato conclave del 1592, che seguiva la morte di Innocenzo IX, doveva diventare papa il cardinale Santorio, capo della fazione spagnola; invece, per strani calcoli, riuscì a spuntarla l’Aldobrandini. Coppoli, ben informato su queste vicende, riteneva che il Re di Spagna non avrebbe mai accolto le richieste di un Papa da lui non voluto, ma le regole della politica ignorano la coerenza e molto spesso un favore fatto all’avversario diventa un investimento azzeccato con favolosi ritorni. Il Sovrano spagnolo, infatti, ricevuta la richiesta di estradizione da parte del Papa, con un “bianco segno” (un semplice biglietto), dispose l’arresto dei sette che si trovarono di punto in bianco spediti a Perugia.
Il processo fu una semplice formalità, o meglio una farsa. Tutti e sette vennero ritenuti colpevoli e condannati alla pena di morte. Cinque di essi erano innocenti per essere completamente estranei al fatto e due avevano la sola colpa di aver fatto l’amore. Ma se si dovesse mandare a morte la gente per fatti del genere, nel calcolo statistico verrebbe introdotta una variante che, anche a quei tempi, avrebbe decimato i dati demografici. Una severità simile e una giustizia così approssimativa non possono trovare spiegazione solo nei rigori del Concilio di Trento. Forse ebbe un ruolo decisivo lo spirito di vendetta del marito tradito che, in virtù dell’incarico ricoperto, poté influire sui giudici; forse Clemente VIII volle mettere un freno ai rapimenti delle mogli che in quel periodo erano frequenti a Perugia. Un certo Girolamo Parli aveva rubato la moglie di Felice Perinelli; Marcello Cavaceppi era scappato con quella di Alessandro Montesperelli; e l’elenco potrebbe essere ancora più lungo. Il Papa era convinto che la severità servisse a rinsaldare la fede e i costumi e sgranava sentenze capitali come se fossero acini della corona del rosario. Basti ricordare che l’11 settembre 1599 era stata giustiziata Beatrice Cenci con la mamma e il fratello; il 16 dello stesso mese fra Celestino da Verona; 1l 17 febbraio 1600 Giordano Bruno; e quattro giorni dopo i sette infelici di cui stiamo parlando. E ci fermiamo qui per concomitanza temporale. Il vescovo di Perugia, monsignor Napoleone Comitoli (il cui episcopato, durato 33 anni, fu il più lungo in assoluto) fece del tutto per salvare la giovane e i suoi amici, ma senza successo.
Il giorno dell’esecuzione nella Piazza della Fontana Maggiore si radunò molta gente. Ben otto cappuccini e un numero ancora maggiore di gesuiti sgonnellavano nel rito che accompagnava i condannati al patibolo. I gesuiti in particolare, maestri di dottrina e di stile, cercavano di convincere quegli infelici che per salvare l’anima dovevano andare alla morte contenti. Sicché tutti affrontarono il supplizio con il timore angosciante di compromettere la vita eterna perché non riuscivano a morire allegri. Le prime teste a cadere sotto la mannaia furono quelle del canonico Anastasi e di Coppoli che erano nobili. Gli altri senza titolo, furono impiccati perché la legge non era uguale nemmeno di fronte alla morte e diversificava le pene a seconda del censo. Per primo salì sul palco Roberto Valeriani. La forca era stata eretta proprio davanti al palazzo dei Dionigi e lo spadaccino del cardinale assisteva soddisfatto allo spettacolo da una delle finestre di casa sua. Poi venne la volta di Porzia che per imperizia del boia nel fare il capestro o per scelta mirata, stentò molto a morire penzolando dal cappio. Infine toccò ai tre servitori, ignari del motivo per cui venivano uccisi. L’unico che si salvò fu l’omicida.
Alla Biblioteca Augusta si conserva un prezioso manoscritto e la prima di quelle pagine ingiallite che sprigionano l’odore dei secoli reca scritto in elegante grafia: “Relazione sulla morte delli Sig.ri Astorre Coppoli, Cavaliere di Malta, Hercole Anastagi, Canonico di Perugia, Roberto Valeriani, Porzia Corradi ne’ Dionigi con tre loro servitori, Carlo, Giovanni Battista e Sorbolone, seguita per giustizia li 21 febr. 1600”.
Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Corriere dell'Umbria del 2 novembre 2009)
ANNIBALE BRUGNOLI
Verso la fine dell’estate del 1859 un ragazzino di sedici anni aveva eseguito un affresco in una chiesetta di periferia che rievocava il “miracolo di San Francesco che attraversa le acque”. A dispetto della giovane età, l’artista presentava un tratto limpido e sicuro e un’ottima abilità nel contrasto e nel paesaggio. Era, insomma, un pennello promettente, ma poco affidabile e un po’ ribelle. Il San Francesco, infatti, ebbe uno strascico risentito perché sulla poppa della barca il pittore aveva dipinto una bandierina tricolore piccola piccola, ma ben visibile. Successe il finimondo quando si venne a sapere che il babbo e lo zio del giovanotto mangiapreti che si chiamava Annibale Brugnoli, il 20 giugno di un paio di mesi prima erano stati visti sugli spalti del Frontone con qualcosa in mano. Annibale dovette fuggire da Perugia perché all’ombra della Rocca Paolina, dove spadroneggiava il generale Schmidt, tirava una brutta aria. Il giovane artista se ne ebbe a male e sette anni dopo, nel marzo del 1866, espose una tela dal titolo significativo: “eccidio che la banda di un frate domenicano fece di un’intera famiglia”. Le scarse simpatie per gli appartenenti alla famiglia papalina diventavano così recidive, e si orientavano in particolare verso i Domenicani di cui non si diceva un gran bene a Perugia. Ma ormai l’Umbria faceva parte del Regno d’Italia e Brugnoli non correva alcun rischio. La sua visione politica era di ampio respiro, non si limitava ai destini di una sola regione, ma dell’Italia intera e proprio in quell’anno si arruolò volontario con Garibaldi che combatteva in Trentino. Con lui partì anche un altro perugino che si chiamava Cesare Fani. A Bezzecca c’erano anche loro.
Annibale Brugnoli era nato a Perugia nel 1843 e aveva frequentato l’Accademia di Belle Arti con il maestro Silvestro Valeri. Affinò le sue tecniche a Napoli, alla scuola di Domenico Morelli da cui ereditò uno spiccato e sobrio gusto realistico. Raggiunse i massimi livelli nella decorazione e nell’affresco e fu ricercato ed apprezzato per tutto l’arco dell’Italia umbertina, fino alla morte avvenuta nel 1915. A lui appartengono le decorazioni del Teatro Costanzi a Roma e gli affreschi di Palazzo Cesaroni, Palazzo Graziani e Palazzo delle Poste a Perugia, per citare solo alcune coordinate dei suoi capolavori, ma realizzò altre opere di elevato livello artistico, come la tela de “Il Bersagliere” in cui il colore e la tecnica sono al servizio di una sensibilità espressiva di gusto raffinato.
Nel 1872 era già un nome prestigioso a livello nazionale e si offese quando l’Accademia del Pavone gli negò di esporre nel foyer il sipario in cui aveva dipinto “L’arrivo di Lodovico Ariosto” per il teatro di Todi. Le richieste e le commesse si facevano sempre più pressanti e nel 1878 gli fu offerta una vetrina europea con l’incarico di decorare il padiglione italiano all’esposizione del Trocadero di Parigi. L’occasione più ghiotta capitò, però, nel maggio del 1886 con Palazzo Graziani. I grandi affreschi del soffitto e le tele delle pareti rappresentano l’epopea storica di Perugia che con energia vigorosa e tecnica raffinata colpiscono la sensibilità dell’osservatore. L’agilità pittorica dei colori e i limpidi effetti del chiaroscuro danno ai personaggi una vitalità prorompente, in perfetta coerenza con i contenuti rappresentati.
Non si sottrasse all’aspro confronto tra dotti in occasione della ricostruzione delle scale della Vaccara. Era il 1890 e il sindaco Paolo Angeloni le aveva fatte demolire perché cadevano. Si trattava di ricostruirle, ma sul progetto si scatenò una polemica che durò oltre un anno. I sostenitori della birampa, parallela alla facciata, e quelli della monorampa, perpendicolare al portale, si affrontarono a suon di argomentazioni estetiche e di citazioni documentarie. Brugnoli era per la monorampa, e per sbloccare la situazione di stallo propose di realizzare entrambe le soluzioni in legno su scala naturale, di collocarle sul posto e di lasciare all’occhio la decisione finale. Era una proposta piena di buon senso e venne accettata, tanto più che faceva risparmiare gran parte delle 2.000 lire deliberate per i lavori di una commissione di studio dotata di meningi robuste. Ma fu realizzata e collocata in sede solo la birampa perché la visita del Re si avvicinava e non si poteva lasciare la piazza del Duomo e della Fontana Maggiore con la ferita del Palazzo dei Priori aperta. I Reali che vennero a Perugia non si accorsero della scala di legno e tutto andò per il meglio. Nel 1902 fu realizzata la monorampa che esiste ancora. I due pittori Brugnoli e Rossi Scotti potevano dirsi felici.
Il suo contributo a Perugia si concluse nel 1903 quando finì di dipingere le sale di Palazzo Cesaroni. Il decano dei nobili perugini non abitò mai quel palazzo per non vedere le finestre del prefetto davanti. Si trattava di un’antica ruggine, nata nel 1890 in occasione della visita di Umberto I per inaugurare il monumento equestre a suo padre, Vittorio Emanuele II. Il prefetto Bernardino Bianchi scelse la carrozza dei Baldeschi, anziché la sua, per prelevare il Re a Fontivegge e da quel momento tutti i prefetti gli divennero odiosi. Dal mese di marzo di quell’anno, Palazzo Cesaroni si chiamò Palace Hotel, più grandioso e solenne, ma meno confortevole del Brufani.
Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Vivere d'Umbria del 6 luglio 2007)
PIAZZA DEL SOPRAMURO

Il lavoro più imponente lo fecero gli Etruschi alzando una barriera di ciclopici massi squadrati, in modo che il dirupo a strapiombo sul versante di Santa Margherita evitasse cedimenti pericolosi. Lo stesso trattamento toccò ai burroni del Bulagaio, della Cupa e del Colle Landone. Così l’acropoli antica venne stabilizzata dall’ingegno umano e messa al riparo dai movimenti franosi programmati dalla natura. Dov’è oggi Piazza Matteotti, le mura avevano creato uno slargo che si affacciava in un panorama meraviglioso e lo stupendo balcone, dalla parete rocciosa che faceva da sostegno e da ringhiera, fu chiamato Piazza del Sopramuro. Sul lato esterno non c’era alcun edificio e gli abitanti, al riparo delle mura, potevano godere quella sconfinata visione che oggi è possibile contemplare dalla sommità del Mercato Coperto.
Il balcone continuò a spaziare sulla valle e sui monti per oltre un millennio, fino a quando fu chiuso dai palazzi dello Studium Generale e del Capitano del Popolo, nel Quattrocento. Da allora lo sperone che sosteneva la piazza venne ingabbiato negli edifici soprastanti e non si vide più. Ma la variante al piano regolatore originario rese pericolosa la pressione sulle mura degli avi e Braccio decise di intervenire con opere di fortificazione risolutive, facendo costruire imponenti arcate di sostegno dagli stessi architetti che avevano realizzato la piazza pensile antistante il Palazzo dei Consoli a Gubbio.
Ormai il Sopramuro non era più una veranda sulla valle e sui monti, ma un salotto cittadino destinato agli usi più vari. Cambiò anche nome a seconda delle mode e degli usi e venne chiamato Platea Parva o Piazza Piccola, per distinguerla da quella grande del Duomo, Piazza delle Erbe, e più tardi Piazza Garibaldi, poi Piazza Costanzo Ciano ed infine Piazza Matteotti.
Il toponimo che resistette più a lungo fu quello di Piazza delle Erbe poiché fino al 1930, anno in cui il commercio delle “erbe” fu spostato al Mercato Coperto, vi si vendevano i prodotti ortofrutticoli, mentre le altre cianfrusaglie e il vasellame di coccio erano esposti in Piazza del Duomo. Ogni mattina una lunga fila di ortolani e di contadini si schierava ai bordi del Sopramuro e mostrava la merce di stagione, colta il giorno avanti. Il servizio era apprezzato dai cittadini dell’acropoli, ma l’igiene veniva seriamente compromessa perché la piazza si ricopriva di foglie di lattuga, di frutta marcia, di bucce e di quant’altro si può immaginare in un mercato del genere. Esistevano seri pericoli di cadute a causa delle bucce scivolose per cui l’intervento dei netturbini, a mercato finito, diventava la prima cosa da fare, a qualunque prezzo. A questo pensò la generosità dei “Signorini di Casa Ranieri”che per secoli si presero cura di eliminare l’immondizia. La famiglia Ranieri aveva il palazzo accanto alla Chiesa grattacielo del Gesù (quattro chiese sovrapposte sul fianco del dirupo e quella che si apre sulla piazza è solo la superiore), all’inizio di via Alessi, e quindi era più interessata degli altri ad eliminare i rifiuti. Tutte le mattine, ad un’ora un po’ tarda secondo l’usanza dei nobili, un distinto maggiordomo in livrea accompagnava su e giù per la piazza i due signorini che svolgevano il proprio lavoro con competenza e passione. Bisognava solo frenare la loro invadenza perché i due voraci netturbini cercavano di mettere il grugno anche nelle ceste della merce buona. I signorini in questione, infatti, erano due maiali che non costavano niente al Comune, non avanzavano rivendicazioni salariali e si ingrassavano con gli scarti degli altri, senza sfruttare nessuno. Si trattava di una generosa opera di volontariato conclusa ogni anno a gennaio con il rimpiazzo dei due operatori ecologici che, con l’arrivo del freddo, venivano sistematicamente insaccati. Alla fine del lavoro, docili e satolli, rientravano a palazzo nei loro appartamenti che si affacciavano negli orti sottostanti e a cui si accedeva da un vicolo cieco chiamato “Via del Porco”.
Da qualche buon anno non salgo più nell’acropoli dove si trovano i palazzi importanti, ma credo che il toponimo esista ancora e non sia stato cambiato dagli zelanti che, ignorando la storia, chi sa cosa immaginano si possa nascondere dietro quel nome affibbiato ad un vicolo buio.
Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Vivere d'Umbria del 29 giugno 2007)
IL MONUMENTO A GARIBALDI

L’anno era cominciato male e il 2 febbraio gli strilloni urlavano per le vie di Perugia il titolo di apertura dell’edizione straordinaria de “L’Unione Liberale”: “Ultimi telegrammi sullo scontro in Africa”. Si trattava di un’espressione edulcorata per riguardo al Governo, ma il testo diceva senza equivoci che la colonna De Cristoforis di 500 uomini era stata massacrata, il 25 gennaio a Dogali dagli uomini del ras Ulula, mentre portava soccorsi al forte Saati. I Perugini sobbalzarono perché il 6° Fanteria di stanza in città aveva inviato un contingente. Come avviene in simili casi, le notizie arrivarono con il contagocce, ma alla fine si seppe che quaranta soldati erano morti e tra loro anche tre ufficiali di Perugia, Cuomo, Fusi e Dessy. Il clima si riscaldò perché “La Provincia” di Rocchi, contraria all’avventura africana fin dall’inizio, non lesinava critiche alla difesa d’ufficio fatta dal giornale liberale e i clericali temporalisti, sinceri nel dolore del lutto, speravano che i rovesci italiani in politica estera potessero rimettere in discussione l’assetto unitario. La cerimonia funebre che venne celebrata in Duomo fu eloquente: sul catafalco non c’era la bandiera tricolore e alle proteste dei liberali furono opposte motivazioni puerili. La situazione rimase tesa per alcuni mesi e quando si stava normalizzando ci pensò il monumento a Garibaldi a riaccendere gli animi.
Correva l’anno 1887. Repubblicani e democratici avevano costituito un Comitato presieduto da Leopoldo Tiberi per celebrare la memoria dell’Eroe a ottanta anni dalla nascita e cinque dalla morte. I liberali fecero buon viso all’iniziativa, pur nutrendo segrete riserve; ma non potevano opporsi alla celebrazione delle gesta di un artefice dell’unità nazionale. I clericali, invece, sfoderarono la strategia delle scelte più opportune, tipica di chi vuole boicottare una proposta senza avversarla apertamente. Sostennero, cioè, che era meglio erigere due monumenti, uno al Perugino e l’altro a Baldo degli Ubaldi, il giureconsulto, invece di osannare un signore morto da paco e la cui fama “chissà se avrebbe durato”.
La cerimonia dell’inaugurazione era fissata per il 20 settembre, ma fin dalla primavera iniziarono i lavori di ripavimentazione della piazza. Furono tolte le tettoie che sporgevano dal palazzo di Giustizia, fu abbattuta la vecchia colonna che sorreggeva il lampione, venne demolita la fontana. Mancavano pochi giorni alla celebrazione e tutto era pronto, tranne il piedistallo sul quale doveva essere collocato il Garibaldi dello Zocchi e si dovette improvvisare una soluzione di ripiego allestendo un basamento di legno, tela e gesso. La cerimonia fu imponente e le frizioni tra repubblicani e democratici da una parte e liberali dall’altra trasudavano a fior di pelle. Il nutrito corteo dei partecipanti si mosse da Borgo San Pietro, ripercorrendo la strada dei mercenari di Schmidt e riempì la piazza che da quel giorno sarebbe stata intitolata all’Eroe. Le fanfare di tutta l’Umbria si alternarono nei loro repertori migliori e l’inno di Garibaldi fece da ritornello all’armonioso spettacolo. Tra il silenzio generale, parlò il sindaco liberale Tiberio Berardi e poi l’oratore ufficiale, l’onorevole Edoardo Pontano, unico deputato democratico umbro in Parlamento. Alla fine del rito si tornò a San Pietro per il pranzo allestito nei tre chiostri dell’Abbazia per duemila invitati. L’uscita di ogni portata dalle cucine veniva salutata da squilli di tromba, come se si trattasse di ufficiali superiori alla testa delle loro unità. Il pranzo non divise nessuno, ma i discorsi si. Non esistendo ancora i sistemi tecnici per diffondere un unico intervento, se ne tennero tre, uno per chiostro. Qualche parola sopra le righe, anche per l’euforia del banchetto, sfuggì agli oratori poiché nel chiostro d’onore, dove prese la parola Pontano, i liberali tornarono a casa e lo stesso successe nell’altra postazione durante il discorso di Maiocchi che aveva combattuto con Garibaldi a Calatafimi. In serata, al gran ballo dei Filedoni, mentre Perugia si trasformava in uno spettacolo di luci, il presidente del Comitato Tiberi mancò, con numerose altre personalità del suo gruppo.
Intanto “l’eroe dei due mondi” dominava la piazza e l’espressione imbronciata, voluta da Cesare Zocchi, gli stava a pennello perché il generoso ed onesto combattente ricordava le grandezze e le miserie del passato: l’alba dell’unità nazionale, la scarsa gratitudine dei governi liberali verso i suoi artefici, la voracità di alcuni collaboratori, gli intrallazzi dei cortigiani, la morte di Anita, il matrimonio sbagliato con la marchesina Giuseppina Raimondi iniziato nel ridicolo e finito tra le polemiche, l’artrite che lo torturò fin da giovane, e tanti altri episodi che vide e coprì. Ma la sua collocazione troppo vicina ai “pensatoi” lo metteva a disagio. Lì accanto, superata una fila di palazzi, c’era il laboratorio liberale che occupava il Comune e poco più avanti la residenza vescovile. Tutta roba da cui girare alla larga. Meglio lasciarla a chi aveva maggiore dimestichezza con il “pensiero”; lui era un uomo di azione e non aveva niente a che fare con i giochi diplomatici e con quella stradina intitolata a Mazzini che pretendeva di unire due mondi distanti.
Fu così che dopo pochi decenni, caricato il piedistallo buono, scese dal colle e si insediò tra la folla, in un groviglio di strade, dove passava tanta gente del popolo, con le spalle rivolte a Roma e ai palazzi del potere locale. A ricordargli per due terzi il tricolore italiano, c’erano almeno i semafori. Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Vivere d'Umbria del 22 giugno 2007)
IL 20 GIUGNO 1859

Le drammatiche vicende del 20 giugno perugino cominciarono sei giorni prima. Il corso era gremito di gente che si infittiva nei pressi del Palazzo dei Priori, quando alle undici di martedì 14 giugno 1859, una delegazione salì le scale per incontrare il delegato apostolico, monsignor Giordani. Il gruppo era composto da Francesco Guardabassi, Zefferino Faina, Tiberio Berardi, Nicola Danzetta e Carlo Bruschi.
Il monsignore non amava i colpi di testa, consapevole che con i 500 militi della guarnigione avrebbe combinato ben poco e aveva chiesto istruzioni al cardinale Antonelli. La risposta fu di temporeggiare e, in caso di mala parata, rifugiarsi a Città della Pieve o ad Orvieto. Intanto stavano partendo da Roma 2.000 svizzeri per ripristinare l’ordine in città.
La trattativa non lasciò margini di mediazione poiché Guardabassi dichiarò subito che Perugia voleva essere italiana. Il delegato, che cercava di prendere tempo mentre dalla finestra scrutava il Corso e sentiva gli slogans poco rassicuranti arrivare fino lassù, si rivolse al colonnello Friggeri, comandante del manipolo dei pontifici, chiedendogli se fosse in grado di reprimere il tumulto. La domanda non ebbe risposta perché Guardabassi lo avvertì che all'ufficiale non sarebbe stato possibile uscire dal palazzo. A questo punto monsignor Giordani decise di lasciare Perugia, scortato e munito di regolare salvacondotto.
La risposta arrivò il 20 giugno. I 2.000 mercenari svizzeri annunciati da Giacomo Antonelli, il cardinale che non disse mai messa, arrivarono puntuali. La ricostruzione fedele dei fatti risulta difficile perché ognuna delle due parti li raccontò dal suo punto di vista, con sfumature enfatiche e calcolate omissioni. L’anno successivo, Gioacchino Pepoli incaricò il magistrato romagnolo Ravegnani di stendere una minuziosa relazione su quegli avvenimenti, ma il prezioso documento, di certo più attendibile delle contrapposte versioni, non si trova nell’Archivio di Stato, mentre esistono le note di spesa relative al lavoro.
Con certezza non tornarono i conti ai membri del Governo Provvisorio che speravano sul verificarsi di tre condizioni: l’insurrezione di altre città dell’Umbria e delle Marche; l’arrivo di aiuti dalla Toscana per compensare gli 800 giovani perugini partiti volontari per il nord; l’intervento dei Piemontesi. Arrivarono solo 400 fucili e tanta solidarietà.
In città intanto la situazione si faceva critica perché a difendere le mura si presentarono 600 generosi, armati di fucili da caccia da contrapporre ai cannoni di Schmidt.
L’esiguo numero fu diviso in cinque gruppi, inviati alle varie porte. Fu presidiata anche Porta Sant’Angelo per prevenire un’eventuale manovra aggirante delle truppe svizzere che salivano da Ponte San Giovanni. I difensori avevano il vantaggio delle mura, ma quel centinaio (Schmidt dirà 5.000) che presidiava la zona del Frontone con fucili ad avancarica e schioppi da caccia, era ben poca cosa di fronte all’armamento più efficiente e ai duemila mercenari in prevalenza svizzeri, ma anche tedeschi, albanesi e 65 italiani aggregatisi a Foligno. La distanza tra le porte, inoltre, non rese celere lo spostamento dei patrioti, una volta sicuri che lo sfondamento era concentrato al Frontone. La resistenza intorno agli orti del convento benedettino, iniziata alle tre del pomeriggio, durò un paio d’ore, poi alcuni “volteggiatori” riuscirono a violare le mura. I difensori si attestarono dietro Porta San Pietro per l’ultimo scontro, dove persero la vita Castellani e Gaspari e venne ferito Giuseppe Danzetta, mentre il fratello Nicola stava arrivando a Torino per sollecitare l’intervento.
Ormai la città era in mano agli svizzeri che poterono dare sfogo agli istinti più biechi lungo il tragitto dell’orrore che dal Frontone sale a Corso Vannucci. In giro non c’era un’anima viva; le famiglie si erano tappate in casa, ma i colpi di fucile sulle serrature erano il segno che gli uomini dell’orda stavano entrando. Saccheggi, violenze, rapine, implorazioni per aver salva la vita in cambio degli averi, caratterizzarono il copione di quel drammatico pomeriggio. Nemmeno il prezzo pagato placò le brame fameliche. Il fabbro Passerini e la moglie furono uccisi dopo aver sborsato i loro risparmi. Più tardi, Giuseppe Porta, il segretario comunale che avanzava alla testa dei rappresentanti del Comune, sventolando un panno bianco in segno di resa di una città già prostrata, cadde crivellato di colpi. Quando la soldataglia arrivò al Corso deserto, distrusse le uniche forme di vita incontrate: due persone che passavano senza riparo a battaglia finita, un aquilotto in gabbia accanto alla porta di una bottega e il cane Sciampagna, la mascotte dei negozi del centro.
Ci fu anche un caso in cui la furia devastatrice giocò un brutto tiro. La Locanda di Francia faceva angolo in fondo alle scale di Sant’Ercolano. Dal tetto piovvero alcuni coppi, non si sa se dovuti ai cecchini o a gente che cercava di nascondersi. Un gruppo di soldati fece irruzione nell’albergo uccidendo il proprietario Storti mentre si sforzava di spiegare che c’erano solo ospiti stranieri. Non sazi spararono al cameriere Genovesi e allo stalliere Bindocci e siccome i due non si decidevano a morire, li finirono gettandoli dalla finestra. Salirono ai piani alti e trovarono Edward Newton Perkins con la moglie, due amiche di lei e la figlia di una di queste, la signorina Cleveland, tutti di nazionalità americana. Furono fatti inginocchiare con i fucili puntati e solo grazie ad una trattativa laboriosa e all’idioma straniero riuscirono a comprare la vita. Il giorno dopo erano in viaggio per Firenze da dove Perkins informò Stockton, il rappresentante diplomatico americano a Roma, chiedendo il rimborso dei tremila scudi pagati come prezzo della salvezza, mentre la Cleveland inviava dettagliate informative al “Times” di Londra. Antonelli irrise la richiesta, ma in presenza della minaccia di tornarsene in patria e della solidarietà dimostratagli da tutto il Corpo Diplomatico, cambiò atteggiamento. Intanto il giornale inglese riferiva i fatti, gettando discredito sul governo pontificio. Fu richiesto un rapporto segreto e più veritiero sugli avvenimenti che Schimdt, promosso generale per via telegrafica, aveva descritto a modo suo, inducendo Pio IX a proclamare solennemente che le stragi di Perugia erano “immaginarie e menzognere”. Ai lutti e ai saccheggi, si univa così anche la ferita del negazionismo.
Le violenze dovevano aver superato ogni limite se l’arcivescovo Pecci decise di intervenire imponendo a Schmidt il suono della ritirata per porre fine alla brutalità della truppa. Il bilancio di quel pomeriggio è dato dai numeri: 26 morti, molti feriti, 39 arresti, numerose case e negozi incendiati sul fronte dei patrioti. Più difficile è il calcolo dei caduti tra i papalini per divergenti interessi: i difensori tendevano a minimizzare la cifra per far apparire ancora più impari l’impari lotta, mentre dall’altra parte si tacevano le perdite per nascondere la scarsa efficienza della truppa mercenaria. Ma alle dieci bare che ebbero funerali solenni in duomo, secondo cronisti affidabili, vanno aggiunti altri duecento nominativi mancanti all’appello del giorno dopo, che perirono sotto le mura del Frontone o disertarono alle prime fucilate. In quelle due ore, i difensori avevano lottato come leoni.
Qualche giorno dopo, Stockton ricevette un plico contenente tremila scudi, senza lettera di trasmissione. Meglio non lasciare tracce alla storia.
Qualcuno ha scritto che l’esercito piemontese occupò l’Umbria e le Marche in seguito ai fatti del 20 giugno. Se l’ipotesi fosse fondata sarebbe il modo migliore per rendere onore a quei morti.
Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Vivere d'Umbria del 15 giugno 2007)
PERUGIA E IL LINGUAGGIO DELLE MURA

Gli Etruschi edificavano le loro città sopra due colli, l’uno soggetto all’altro, e nella conca intermedia la ragnatela delle abitazioni trasformava l’altura in un popoloso alveare. Qualcosa di simile successe a Perugia nei punti più alti dell’acropoli. Non sappiamo come si chiamassero allora i picchi di Porta Sole e del Colle Landone che rappresentavano le due estremità del colle lunato.
Quando gli Etruschi vi misero piede, trovarono già il popolo degli Umbri da tempo insediato sulla parte più alta del colle e l’abbondanza di acqua, testimoniata dal monumentale pozzo esistente anche oggi, conferma che la scelta del luogo fu felicissima non solo per ragioni difensive, ma anche per una sopravvivenza tranquilla, assicurata dal bene primario e abbondante di una risorsa idrica potabile.
I nuovi arrivati, dopo aver regolato i conti in maniera più o meno pacifica con i primi inquilini, si preoccuparono di dare alla città un presidio difensivo sicuro, recintando la zona con un massiccio baluardo di pietra. Nacque così la prima cinta delle solide mura etrusche, che partendo da Porta Sole si snodava lungo i dirupi del colle per dirigersi verso il Verzaro, la Cupa, il rione di Porta Eburnea e risalire sulla sommità del Colle Landone per riannodarsi al punto di partenza, costeggiando il precipizio del Sopramuro. Il saliscendi continuo del possente anello che cingeva il nucleo originario dei primi abitanti è in parte visibile anche oggi con le sue caratteristiche intatte, mentre altri tratti furono interrati o nascosti dalle stratificazioni degli interventi successivi. Si tratta di un’opera ciclopica, costituita da enormi macigni di pietra perfettamente squadrati e incastrati a secco, che in alcuni punti raggiungeva i nove metri di altezza e uno spessore adeguato, perché quel popolo faceva le cose sul serio e “costruiva per l’eternità”, secondo la felice espressione del Bonazzi. Gli scoscendimenti, le continue sporgenze e rientranze delle mura per assecondare la natura del suolo, fornirono la posizione ideale per colpire gli assedianti nelle sacche di concentramento con il lancio dei giavellotti, ma limitarono anche l’espansione urbanistica che sarebbe stata maggiore e più rapida in una zona pianeggiante o con minori asperità morfologiche.
Lungo il perimetro delle due miglia di mura, erette a difesa dei quarantamila abitanti, si aprivano sette porte che gareggiavano tra loro in eleganza architettonica e solidità difensiva. La Pulcra e la Marzia si imponevano su tutte le altre. La prima, oggi più nota con il nome di Arco Etrusco, allora non poteva appropriarsi di un aggettivo che apparteneva all’intera città, e nel corso dei secoli si chiamò in vari modi (Porta Tezia, Arco di Augusto, Porta Borca, Porta Vecchia, Arco Trionfale). Anche oggi rappresenta uno degli scorci caratteristici di Perugia e parla il linguaggio affascinante di un popolo straordinario e creativo. Al di sopra dell’arco, a doppio giro di conci, si può leggere la scritta posticcia “Augusta Perusia” e “Colonia Vibia” (forse perché una famiglia Vibia vi esercitò il predominio durante il periodo imperiale, ma la questione è controversa).
La Porta Marzia, dalla parte opposta, mantiene solo i connotati delle origini; l’incastonamento nel perimetro della Rocca Paolina le fecero perdere i particolari di contorno, che sulla vetta del Colle Landone dovevano essere imponenti e maestosi. Anch’essa al di sopra dell’arco reca la stessa iscrizione della Pulcra. Le altre Porte si aprivano in ordine sparso lungo le mura, come la Cornea o Berarda (oggi di Sant’Ercolano), la Eburnea o della Mandorla, la Luzia o Trasimena (più tardi di San Luca), quella del Sole (più tardi dei Gigli) e l’ultima, di cui si ignora il nome, situata all’imbocco di via dei Calderari, oggi via Alessi, che verrà “smontata” nel 1540 per fare da ingresso alla Rocca Paolina.
Intorno al 150 d.C., sotto il pacifico imperatore Antonino Pio, le mura e le porte etrusche furono sottoposte ad un radicale restauro con l’aggiunta di archi di vedetta sopra i fornici originali e con la costruzione della “controporta” (una seconda porta retrostante a quella esterna).
L’opera di restauro riprese nel XIII secolo. Le Porte Trasimena, Cornea, Eburnea, del Sole e quella che sarà distrutta nel 1540, a capo del Sopramuro, vennero ritoccate nella parte superiore e l’arco a tutto sesto fu sostituito con quello acuto. E’ questa la stagione delle torri erette dalle famiglie patrizie a fianco dei loro palazzi. I cronisti dicono che Perugia ne contava settanta, tanto da meritarsi il titolo di “Turrena”. Oggi è rimasta solo quella degli Sciri; le altre sono scomparse, nonostante le severissime norme che ne vietavano la demolizione, compresa la scomunica che Papa Sisto IV fulminò nel 1476 contro i violatori del divieto.
Ma ad un papa che difendeva il patrimonio urbanistico ne seguì un altro di opposte vedute e Paolo III, una settantina di anni dopo, per costruire la Rocca sul Colle Landone sbriciolò metà dell’acropoli, radendo al suolo ventisei torri, nove chiese, due conventi, centotrentotto edifici tra case dei poveri e palazzi dei ricchi, oltre al “trasferimento” dell’imponente arco etrusco di via dei Calderai e allo scapitozzamento del campanile di San Domenico alto 120 metri. Delle torri resta una “fotografia” abbastanza fedele in una sala del Palazzo dei Priori, affrescata da Benedetto Bonfigli per commemorare la vita di Sant’Ercolano.
Nel 1200, Perugia fu pervasa dal desiderio di innovazioni radicali e volle dimostrarlo anche nel nome cambiando il suono dolce di “Perusia” con quello più duro ed arcigno di “Peroscia”. L’espansione urbanistica era cresciuta oltre i limiti della primitiva cinta per cui venne costruito il secondo anello di mura, ampliato nel XIV secolo, e ancora un terzo ed ultimo anello realizzato nel secolo successivo.
La dilatazione delle mura incorporò molte zone verdi per assicurare un minimo di sopravvivenza in caso di assedio. Le nuove mura di pietrame cementato, si distinsero dal ciclopico muraglione etrusco che rimase sulla cresta dell’acropoli a ricordare le antiche origini, pronto ad accogliere gli abitanti in caso di cedimento della cerchia più esterna. Alle sette porte iniziali se ne aggiunsero numerose altre che portavano il nome del santo venerato nella chiesa vicina. Così si ebbe Porta Sant’Angelo, Sant’Antonio (per la quale passarono le truppe piemontesi nel 1859), Santa Margherita, San Costanzo, San Girolamo, San Cataldo, San Prospero, Santa Susanna, San Pietro, lo Sperandio, delle Volte, dei Ghezzi, dei Vibi, del Castellano, dell’Elce, del Bulagaio, di Monteluce, del Piscinello, della Conca. Le caratteristiche architettoniche si ripetevano senza grande originalità. Solo alcune di esse, ristrutturate in tempi successivi, divennero interessanti sotto il profilo artistico, come la rinascimentale Porta San Pietro, una delle più belle d’Italia, e quella di San Costanzo, di San Girolamo e la Crucia.
Il definitivo assetto murario, a forma di foglia d’edera, delimitò anche i cinque rioni storici cittadini: Porta Sant’Angelo, San Pietro (o Romana), Santa Susanna (Porsusanna), Porta Eburnea (Borgna o Bornia o Crucia o della Mandorla) e Porta Sole (o dei Gigli), cui vennero accorpate, per contiguità geografica, le terre del contado “sommesse” nel XIII secolo
Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Vivere d'Umbria del 8 giugno 2007)

DAL VELOCIPEDE ALLA PRIMA AUTOMOBILE


Una stranissima macchina a due ruote era comparsa in Italia intorno al 1820 e si affermò subito in varie parti della penisola. Non sappiamo con esattezza quando fece la sua apparizione a Perugia, ma nel 1872 doveva essere già abbastanza diffusa se nel mese di luglio, fuori Porta Santa Croce, lungo il viale di Sant’Anna, si verificarono i primi incidenti. Il fatto destò una certa preoccupazione tra i pedoni abituati ai mansueti quadrupedi, e gli spericolati rompicollo arrampicati su quel traliccio metallico che chiamavano velocipede, erano il segno che i tempi prendevano una brutta piega. “Il Corriere” si dilungò in servizi di cronaca ricostruendo l’accaduto e invocando l’adozione di drastici provvedimenti.
Il velocipede era costituito da una grande ruota anteriore ed una piccola posteriore, mentre il conducente si inalberava nella parte più alta per azionare i pedali innestati al mozzo della ruota grande. Quando si cadeva da quella posizione qualcosa si rompeva sempre.
Il rivoluzionario veicolo si diffuse rapidamente e nel marzo del 1888 fu fondato il “Veloce Club” che assunse un ruolo importante nella vita cittadina non solo nell’organizzazione degli associati, ma anche nella promozione e nel patrocinio di tutte le gare di velocità, comprese quelle dei primi mezzi a motore. Nel mese di giugno dello stesso anno, il “Veloce” riportò uno strepitoso successo a Fabriano dove due Perugini, Eliseo Rivera e Luigi Serafini, vinsero le competizioni organizzate in quella città. Alla gara voleva partecipare anche il conte Marini di Fermo, ma fu escluso perché troppo “progressista”. Il conte si presentò, infatti, in “bicicletto”, una bicicletta a ruote uguali, mentre il regolamento parlava solo di velocipede.
Nel 1893 si scatenò di nuovo una campagna giornalistica contro i velocipedisti colpevoli, secondo “L’Unione Liberale”, di costituire un costante e grave pericolo per l’incolumità dei cittadini. Il 29 maggio uno di loro aveva urtato una donna con un bambino in braccio in via dell’Università. Non successe niente di grave, tanto che la signora era rimasta in piedi, ma lo spericolato conducente era filato via senza prestare eventuali soccorsi. L’indignazione popolare aumentò quando si venne a sapere che il veloce veicolo era addirittura privo di campanello. Il giornale lanciò un bel “tormentone”, e alla fine del mese il sindaco fu costretto ad adottare un’ordinanza in cui si decretava il divieto di circolazione dei velocipedi per le vie cittadine. Si poteva pedalare solo da Piazza d’Armi al Frontone, a condizione di essere muniti di targa.
Gli agguerriti amanti della birota si scatenarono non solo per il divieto, ma per il fondato sospetto che la targa mirasse all’imposizione di una tassa, più che alla identificazione del conducente. Non erano passati due mesi che Rocchi ritirò l’ordinanza e riconsegnò al velocipede le vie cittadine, ponendo limiti severi. Il conducente doveva avere più di quattordici anni e il possesso della patente, conseguita con l’esame di “padronanza”; non si doveva superare la velocità degli altri veicoli(?) (forse quella dei cavalli al trotto); tutte le biciclette dovevano essere munite di targa e pagare una tassa annua di tre lire. Una bicicletta costava allora circa 500 lire.
Perugia con i suoi saliscendi non incoraggiava certo la diffusione della bicicletta, eppure espresse personaggi di eccellenza nel pedale, come Giuseppe Evangelisti, campione umbro, e Teoneste Romitelli, le cui imprese sono rimaste famose. I due nell’inverno del 1893 partirono da Fontivegge per Magione con la strada coperta da oltre 30 centimetri di neve e coprirono la distanza in cinquanta minuti. Nell’estate precedente, Romitelli aveva fatto una tournèe di 62 giorni in luoghi montani, dove le due ruote erano quasi sconosciute, destando sorpresa e ammirazione. Più che di un’idea sua, si trattò del lancio pubblicitario della “Raleigh C. Pneumatica Dunlop da Corsa” che aveva fornito la bici per attraversare i 170 centri urbani tra paesi e città.
Anche per questi meriti il primo giro ciclistico d’Italia (e molti altri successivi), il 23 maggio 1909, fece tappa a Perugia. Ad attendere i girini partiti alle 4 da Roma, in Piazza d’Armi c’erano il prefetto, il sindaco, il presidente della Provincia e il generale comandante della Divisione. Aspettarono molto perché l’arrivo previsto per 9,30 andò a finire alle 11.
Se l’arrivo della prima bici a Perugia è incerto, conosciamo bene quello della prima automobile apparsa nell’afoso pomeriggio di mercoledì 11 agosto 1998. Il conducente della vettura a tre ruote, con due posti anteriori ed uno posteriore, era Federico Benigni, membro del “Veloce”. Si trattava di una “De Dion-Bouton”, acquistata subito dopo dal giovane Ferruccio Fruttini, il primo automobilista perugino. La macchina raggiungeva i 40 chilometri orari, ma la declamata potenza faceva cilecca e tornando da Roma, Sargentini e maioli, gli amici che Fruttini aveva imbarcato, dovettero fare la salita della Somma a piedi.
Antonio Sereni fu il secondo che nella primavera del 1899 acquistò una Benz a quattro ruote, ultima generazione. Il padre, un avvocato avveduto e sparagnino, era perplesso perché gli avevano detto che quei mostri divoravano tanta benzina, venduta dai droghieri a una lira al litro. Il giovane Sereni per tranquillizzare il padre e far vedere agli amici le conquiste del progresso, affermò che quel bolide si alimentava con poco e, aperto il cofano, rimboccò il radiatore con una brocca d’acqua.
Ci sono molti episodi curiosi legati al diffondersi delle prime automobili. All’Hotel Brufani arrivò uno straniero che scendendo dal veicolo acciaccò il piede di uno dei curiosi accorsi per scrutare la macchina. Il distinto signore pronunciò una parola ritenuta offensiva e stava per scoppiare una rissa quando il personale dell’albergo chiarì che l’insulto era “Pardon”. A Ponte San Giovanni si fermò un’automobile, e l’elegante signora di bordo consegnò uno scatolone ad un bambino, pregandolo di portarlo alla mamma. Dentro c’era un neonato e un pacco di banconote da cento per un valore di 25.000 lire. A Magione, a Passignano e a Città di Castello i veicoli furono presi a sassate e i conducenti a frustate dai contadini e dai carrettieri perché il rombo del motore faceva imbizzarrire i loro animali.
I limiti di velocità erano severi e le multe salate. In città non si potevano superare i 15 chilometri orari e nelle strade extraurbane i 40, ridotti a 20 nelle ore notturne. Non poteva mancare la tassa di circolazione: per un veicolo sotto i 6 cavalli si pagava 70 lire; da 6 a 24 cavalli 150, e lire 3 per ogni cavallo supplementare. Gli introiti venivano divisi in parti uguali tra il Comune e lo Stato. E’ ovvio che la targa fosse obbligatoria, come per le bici: la provincia di Perugia ebbe per lunghi anni come contrassegno il “46 rosso”.
Il 5 maggio del 1901 arrivò il primo giro automobilistico. Vi presero parte 32 veicoli e tra i piloti c’era anche una donna. Il conte Roberto Biscaretti di Torino, a bordo di una Fiat fiammante a 12 cavalli (era il primo anno di produzione della fabbrica torinese), si aggiudicò la tappa perugina. Le macchine furono subito parcheggiate nel cortile della Prefettura, sotto vigile scorta. Altre numerose gare passarono per la città negli anni successivi.
Il Brufani volle rimanere all’avanguardia dell’ospitalità e nel 1906 acquistò il primo omnibus, un pulmino capace di prelevare 12 clienti alla stazione ferroviaria.
Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Vivere d'Umbria del 1 giugno 2007)