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Ettore Franceschini

Le elezioni amministrative del 3 ottobre 1920 videro il trionfo dei socialisti anche a Perugia. Si trattò di una vittoria dal respiro corto poiché due opposti pericoli minacciavano la stabilità e la sopravvivenza della prima amministrazione comunale di sinistra. Da un lato l’imminente congresso di Livorno che avrebbe messo a nudo le lacerazioni interne al PSI e ne avrebbe ufficializzato la scissione; dall’altro l’acutizzarsi delle intimidazioni fasciste che fecero la loro prima apparizione in città all’indomani della chiusura del congresso, il 24 gennaio 1921. A Livorno c’era anche Ettore Franceschini (30 agosto 1889 – 9 dicembre 1960) rappresentante della frazione unitaria (Serrati), che guidava la delegazione umbra.
Era stato eletto sindaco di Perugia il 18 ottobre 1920, ma le sue preoccupazioni, e quelle degli altri delegati, al Teatro Goldoni, erano tutte rivolte alle dinamiche interne al partito e non ai pericoli che potevano venire dagli “agitatori borghesi”, tanto che la parola “fascismo” dai congressisti fu pronunciata solo dieci volte in un’assise che durò una settimana piena.
A Perugia la sezione del Fascio di Combattimento si costituì ufficialmente il 24 febbraio 1921 e il primo bersaglio nel mirino fu proprio l’amministrazione comunale rossa. Gli attacchi incominciarono con accanita insistenza e nel giro di un mese ottennero l’effetto sperato. Il 24 marzo in piazza Vittorio Emanuele II, il professor Alfredo Misuri arringava i camerati chiedendo le dimissioni dell’amministrazione comunale. Era il primo segnale esplicito inviato al sindaco e al prefetto che abitava nel palazzo di fronte. Nei giorni successivi i tentativi demolitori continuarono e cominciò il martellamento delle delegazioni inviate in prefettura per chiedere lo scioglimento della Giunta rossa e la nomina di un commissario. Il prefetto tergiversava non trovando motivi sufficienti per giustificare la decisione di dimissionare un’assemblea democraticamente eletta, o non avendo ancora indicazioni precise da Roma. Ma il 26 marzo, un altro comizio nella stessa piazza ribadiva la richiesta mentre saliva le scale della prefettura l’ennesima delegazione con le dimissioni scritte e firmate di tutti i consiglieri comunali di minoranza. Furono lanciati avvertimenti minacciosi al sindaco, nel caso si fosse recato in Comune, e sotto le finestre di casa sua ogni notte le urla, gli schiamazzi e i motteggi (le famose “serenate” che i fascisti riservavano agli avversari presi di mira), gli rinfrescavano la promessa del manganello e rendevano fastidiosa la sua presenza anche ai vicini di casa. Il 4 maggio si tenne un altro raduno numeroso nella solita piazza e una delegazione, guidata dal professor Alfredo Misuri in persona, si recò dal prefetto per esigere lo scioglimento dell’amministrazione comunale. Dal momento che l’incontro si dilungava, la folla dei dimostranti spazientita si diresse verso il Comune e un gruppo di squadristi penetrò all’interno occupando i locali, mentre la pattuglia degli agenti incaricati di presidiare l’edificio faceva ala al loro passaggio. Il gesto eloquente anticipava la decisione concordata in prefettura. Poco dopo, per fugare ogni dubbio, arrivò la delegazione di Misuri che parlò ai presenti schierati in religioso silenzio. Quando annunciò che il prefetto, ritenute giuste e legittime le richieste dei dimostranti, aveva deciso di sciogliere l’amministrazione comunale e di inviare un commissario prefettizio fin dal giorno successivo, la folla esplose in un grido di gioia.
Per la verità il progetto originale dei fascisti era molto diverso, come ricorda Ettore Franceschini nel suo libro “Ricordi di un vecchio socialista”. Fortunatamente il piano fu sventato, evitando un possibile spargimento di sangue, poiché il questore Bertini, “uomo dal doppio gioco, ma che non voleva le cose troppo rumorose”, tempestivamente avvertito, arrestò l’individuo che portava in una valigetta la bomba destinata ad essere lanciata da una finestra del Comune nel giorno del mercato.
Quel grido di giubilo della piazza segnò la fine della prima amministrazione socialista di Perugia e anticipò la scomparsa di altre libertà individuali e collettive che nel giro di poco tempo sarebbero state prese di mira.
Franceschini rimase alla guida del Comune per circa sei mesi. Riuscì solo a presentare il suo programma, ma in un lasso di tempo tanto breve sarebbe poco serio parlare di opere incisive realizzate. Ebbe solo la possibilità di diventare il simbolo di un potere legittimo deposto dalla violenza degli avversari e dalla pusillanimità di organi e apparati dello Stato asserviti a logiche di parte.
Al suo posto subentrò il commissario prefettizio Silvio Ghidoli fino al 1923, quando le nuove elezioni videro l’ascesa di Oscar Uccelli seguito da altri esponenti del PNF che con il titolo di podestà (Giovanni Buitoni, Colombo Corneli e Giulio Agostini) ressero il Comune per tutto il ventennio.
La figura e l’opera di Franceschini vennero illustrate da valenti relatori in un convegno che il Comune di Perugia organizzò il 13 dicembre dell’anno 2000, per commemorare l’ottantesimo anniversario della vittoria municipale delle sinistre. Senza enfasi retorica, emerse un quadro pacato e oggettivo del personaggio e della situazione politica in cui operò il giovane sindaco che veniva dalla Camera del Lavoro. Il massimalismo trionfalistico, a volte declamato con espressioni imprudenti, era tipico delle Giunte di sinistra in quel periodo. Le enunciazioni programmatiche in alcuni casi sembravano dettate dal soviet che aveva conquistato il Palazzo d’Inverno e si riducevano a sterili fughe in avanti in contrasto con l’ordinamento vigente, le tradizioni e la storia. Franceschini non fu immune dal contagio, anche se nel discorso programmatico ebbe l’accortezza di sottolineare che la conquista del Comune non poteva essere la panacea ai problemi che affliggevano i lavoratori. Pagò i suoi ideali durante il ventennio con sacrifici e privazioni pesanti. Fu condannato a cinque anni di domicilio coatto, scontato prima a Favignana e poi a Lipari. Rimase sempre nel mondo della politica con ruoli di secondo piano anche nell’Italia repubblicana e in seguito alla scissione di Palazzo Barberini si schierò nelle file di Saragat. Morì il 9 dicembre 1960, ma a Perugia se ne accorsero in pochi.
Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Corriere dell'Umbria del 29 maggio 2006)

Luciano Valentini

A dare una mano a Luciano Valentini (nella foto) per diventare sindaco di Perugia fu il censimento del 10 febbraio 1901. Da esso risultò che la città aveva raggiunto 60.000 abitanti e aveva diritto ad un Consiglio comunale di sessanta membri, anziché di quaranta; perciò il 22 marzo 1903 ci furono le votazioni addizionali per eleggere i 20 consiglieri mancanti.
Rocchi e le sue truppe già da tempo erano in declino e la vittoria liberale non fu una sorpresa per nessuno. La mobilitazione dei conservatori fu eccezionale e si recò alle urne il 55% degli aventi diritto, una cifra record per quei tempi. Anche i clericali scesero in campo con numerosi candidati nella lista liberal monarchica e addirittura ne presentarono una propria. Vennero eletti 17 esponenti della lista liberale, mentre quella clericale fu sonoramente trombata, e i tre consiglieri di minoranza spettanti per legge alle opposizioni furono assegnati ai repubblicani.
La bocciatura della lista clericale e il pieno successo dei candidati cattolici in quella liberale indicavano che Perugia aveva chiuso ormai i ponti con il “temporalismo”, mentre non disdegnava il cattolicesimo liberale di fede monarchica. Il 31 marzo si riunì il Consiglio dei sessanta (erano presenti 52 consiglieri) per l’elezione del sindaco. Doveva essere nominato il conte Giuseppe Conestabile della Staffa, un clericale liberal monarchico, come segno di gratitudine verso l’elettorato cattolico e di superamento di antichi anatemi. Giova ricordare che il Sillabo di pio IX aveva definito “pestilenze” il liberalismo ed altre “eresie”. Ma il conte ebbe un ripensamento e prese la parola affermando: “Io ho dei nemici, Valentini no.” Così Luciano Valentini, conte anche lui, venne eletto con 36 voti su 52 consiglieri presenti.
Giuseppe Conestabile aveva alle spalle un’esperienza quadriennale (1898-1902) di sindaco ad Umbertide e poco dopo verrà nominato preside della provincia di Perugia.
Luciano Valentini, (nato a Canino in provincia di Viterbo, l’11 aprile 1864), giovane esponente dell’aristocrazia perugina che aveva rafforzato il blasone sposando la cugina Cristina Faina nel 1890, riportò i liberali in quel Palazzo dei Priori lasciato dieci anni prima. “L’Unione Liberale” riprese il suo ruolo di appoggio alla nuova amministrazione e “La Provincia” divenne il giornale dell’opposizione. Si erano invertite le parti.
Il nuovo sindaco, eletto consigliere nelle votazioni del 1899, era destinato a stabilire alcuni primati, tra cui quello della più lunga ed ininterrotta permanenza al vertice del Comune, e del predominio liberale nel capoluogo in un periodo in cui le sinistre si ponevano alla guida di molti comuni nella periferia umbra.
Il compito più urgente che Valentini dovette affrontare fu il risanamento del bilancio. Lo zelo di Rocchi nell’aprire i cantieri andava di pari passo con la sua allergia per le regole contabili e le finanze del Comune erano allo sbando. La commissione dei revisori, a fine anno 1903, definì “fallimentare” la situazione economica comunale, ma bisognava andare avanti senza strappi e con la massima cautela, non potendosi sospendere i lavori pubblici già iniziati, né aumentare in modo eccessivo l’imposta di famiglia (focatico). Il sindaco aveva il suo da fare e senza odiose misure riuscì a pianificare il risanamento delle finanze comunali spalmando il deficit negli esercizi successivi.
Nelle elezioni che si tennero a più riprese, sia parziali che generali, i liberali di Valentini si imposero sempre in maniera schiacciante. I Perugini si fidavano di quel tipo moderato e accomodante, sparagnino e avveduto, tanto che gli attacchi della stampa di opposizione abbassarono i toni e la politica cittadina andò avanti senza i sussulti tipici del recente passato. Si era creato il clima ideale per stabilire nuovi rapporti con i cattolici, il cui voto era determinante al momento opportuno. Segnali chiari di distensione venivano dalle file liberali ed erano ricambiati dai pulpiti, tanto che i quaresimalisti del 1906 elogiarono il Re per essere accorso a Napoli a visitare le vittime dell’eruzione del Vesuvio (4-26 aprile, 227 morti, ingenti danni) e “L’Unione Liberale” apprezzò il gesto in un articolo apparso con eloquente tempestività.
Con Valentini prese il via la stagione dei grandi “banchetti”. Le solennità più importanti venivano festeggiate davanti a tavole imbandite che radunavano molte centinaia di persone (si arrivò fino a 900) accanto agli uomini rappresentativi della città. Il rito si svolgeva nei cortili delle grandi ville e dei conventi (San Pietro) e costituiva un appuntamento ambito al quale i Perugini facevano a gara per partecipare. Una data fissa e ricorrente era quella del 4 giugno, festa dello Statuto, ma se ne inventavano altre nel corso dell’anno.
Il 29 aprile 1907 si aprì la mostra di “Antica Arte Umbra”, la più grande manifestazione culturale che si fosse vista in città prima d’allora. Rimase aperta fino al 15 novembre sotto l’attenta gestione di un qualificato comitato che aveva raccolto tutti i tesori della produzione artistica regionale (oreficeria, miniatura, ricamo, ceramica, pittura, scultura, ecc.), a testimonianza di un patrimonio di civiltà da molti ignorato, che gli Umbri avevano realizzato nel corso dei secoli. Circa un migliaio di pezzi, venuti da ogni parte della regione, erano esposti al Palazzo dei Priori, diventato per l’occasione una galleria prestigiosa. Erano stati occupati l’atrio, la Sala del Consiglio, quella dei Priori, le due sale della Vaccara, oltre a molti uffici e corridoi. Fu inaugurata personalmente dal Re e due settimane dopo fu visitata dalla regina madre Margherita.
Il 14 giugno 1909 venne inaugurato il monumento al Frontone a ricordo del 20 giugno. Un solenne corteo partì dal centro e si diresse a San Pietro. C’erano tutti, anche i repubblicani, che in segno di disprezzo per la monarchia sfilarono con le bandiere rovesciate, brandendole dalla parte del vessillo e innalzando le nude aste. Il monumento è quello che si può ammirare anche oggi, ma il Grifo con la sua zampa poderosa allora abbrancava una tiara pontificia fatta sostituire nel 1929 da Mussolini con un sasso.
Le prime contestazioni rumorose alla Giunta liberale avvennero nel dicembre del 1912 per opera dei repubblicani e dei socialisti guidati da Miliocchi e Brugnola. Si ripeterono in modo più deciso il 5 luglio 1919 per il “caro vivere” e a guidare la protesta c’era il trentenne segretario della Camera del Lavoro, Ettore Franceschini, prossimo sindaco, e il medico montonese Arsenio Brugnola, che a novembre verrà eletto deputato socialista nell’alta Umbria.
Valentini, il 14 luglio 1919, lasciò la guida del Palazzo dei Priori per accettare la candidatura alla Camera dei Deputati. Fece solo capolino in Parlamento poiché la morte lo colse il 1° dicembre 1920, all’età di 54 anni.
Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Corriere dell'Umbria del 22 maggio 2006)

Paolo Angeloni

Nel mese di luglio 1889 si dovevano svolgere le elezioni parziali ma andarono a monte perché la nuova legge elettorale n. 5921 del 2 febbraio cambiava le regole e le procedure. Tra l’altro la nomina del sindaco non era più soggetta all’investitura formale da parte del Re. Così ai primi di novembre si votò per il rinnovo dell’intero Consiglio e i liberali fecero cappotto (32 eletti), lasciando all’opposizione il numero minimo previsto dalla legge (5 democratici costituzionali, tra cui Rocchi, e 3 radicali).
I liberali non disponevano di uomini nuovi da lanciare sulla mischia e la sostituzione di Berardi avvenne all’insegna della continuità e del rispetto delle appartenenze, nel senso che Paolo Angeloni (nella foto), il nuovo sindaco, con il suo predecessore, pur non avendo in comune gli anni, condivideva certamente le idee e i programmi.
Nato il 3 marzo 1838 aveva sempre militato nelle file liberali con ruoli defilati e discreti, facendosi apprezzare per la pacatezza del carattere e la competenza nel settore amministrativo, ampiamente dimostrata come responsabile di numerosi enti pubblici. Al Palazzo dei Priori è ricordato per la sua disponibilità verso chiunque, amici e avversari, dote che lo face particolarmente apprezzare, ma non lasciò segni particolari del suo passaggio. Del resto il tempo che ebbe a disposizione non fu eccessivo (i quattro anni previsti dalla nuova normativa) e la disputa sulle scale della Vaccara, da sola, occupò un quarto del mandato.
Uno dei primi provvedimenti del nuovo sindaco riguardava proprio la demolizione di quelle scale, ormai fatiscenti e pericolanti, e i pareri più diversi si scatenarono per la loro ricostruzione. C’era chi sosteneva la tesi di una campata a cascata frontale e ad una sola rampa (come poi fu fatto); chi voleva due rampe opposte parallele alla facciata (come quelle demolite); chi una sola rampa parallela alla facciata. Dapprima sembrava che le due rampe avessero la meglio, specie quando Adamo Rossi, l’ex prete e dotto ex bibliotecario dell’Augusta rese noto che un’ordinanza del Duecento parlava di “scalis”, al plurale. Non si trattava di una prova molto robusta perché era difficile immaginare una rampa con un solo scalino e il plurale poteva riferirsi ai gradini e non alle rampe. In ogni caso a primavera la decisione era presa a favore delle due rampe parallele alla facciata. Apriti cielo! Si scatenò una guerra terribile. Annibale Brugnoli e Lemmo Rossi Scotti, i pittori, con varie argomentazioni sostennero che nel Trecento la rampa era unica e frontale, come nel palazzo di Gubbio. Anche la stampa si schierò e dal momento che “L’Unione Liberale” aveva preso le difese della monorampa, a “La Provincia” rimase la birampa. La polemica si faceva sempre più infuocata, ma nel mese di maggio, Brugnoli la stemperò con una saggia proposta: invece di spendere 2.000 lire per una commissione di esterni che doveva stilare il progetto, con la metà della somma si potevano realizzare le varie soluzioni in un modello in legno su scala naturale da collocarsi sul posto. L’occhio avrebbe fatto poi la sua scelta. Fu realizzata solo la birampa, anche perché la visita del Re si avvicinava e non si poteva lasciare la Fontana Maggiore e il Duomo con la fiancata del Palazzo dei Priori mutilata. Intanto il pittore Ulisse Ribustini, al Caffè Baduel, esponeva i tre disegni delle diverse versioni. Si mosse anche il Consiglio Superiore delle Belle Arti di Roma che nel biasimare il Comune per aver demolito le vecchie scale senza permesso, suggeriva la monorampa poiché il muretto sul ballatoio dell’altra soluzione avrebbe impedito la vista completa dello stupendo portale. Se poi essa dovesse essere parallela alla facciata o a cascata frontale, i Perugini lo avrebbero dovuto chiedere ai documenti del Medioevo. La scala di legno rimase a lungo al suo posto e solo nel 1902 si conclusero i lavori di rifacimento come li vediamo oggi. Per ironia della sorte la realizzazione dei lavori toccò al sindaco Rocchi che sulle colonne del suo giornale aveva difeso la soluzione opposta.
A settembre (1890) arrivò il Re con il principe ereditario, Vittorio Emanuele, per inaugurare il monumento equestre a suo padre, in Piazza Italia. La mondanità aristocratica impazzì, soprattutto la sera del 19 settembre al ballo dei Filedoni. Il cronista, turbato dalla bellezza delle dame perugine, sembra quasi venir meno di fronte a “tanto bagliore che ci offuscava sprigionandosi dai loro occhi e dai loro preziosissimi gioielli, fra tanto splendore di linee e di curve, fra tanto tenero biondo e simpatico bruno e fra tanto candore di braccia e di spalle… ci siamo estasiati”. Il Re e il Principe, ai due angoli opposti della sala, tenevano conversazioni separate. Dopo un paio di ore partirono per Assisi in treno e solo allora ebbero inizio i commenti a tutto campo. Il ventunenne principe piacque alle signore che lo trovarono simpatico e riflessivo, qualcuna addirittura alto.
Il buon sindaco Angeloni non disdegnava incontri meno protocollari. Verso la fine di marzo 1890 successe che Ciro Moroni, direttore de “L’Unione Liberale”, e Francesco Innamorati, astro nascente del Foro perugino, si insultassero in Tribunale. Nominarono i padrini (Angeloni era uno di loro) per “discutere” la questione nel giardino della villa di Valiano. Ad un certo punto giunse trafelato in città uno dei presenti a prelevare emostatici e bende per Moroni seriamente ferito. Gli amici accorsero numerosi e trovarono i due rivali seduti ad un tavolo intenti a infilzare gli spaghetti con capaci forchette. Era il primo di aprile.
Se Rocchi è giustamente considerato il sindaco che realizzò l’acquedotto di Perugia, va detto che ad impostare il progetto fu Angeloni che nell’autunno del 1892 fece approvare al Consiglio un piano di prelevamento idrico dal monte Scirca, per un importo di lire 1.600.000. Rocchi, l’anno dopo, lo modificherà adottando la variante di Bagnara che avrà costi maggiori.
Ma sotto le ceneri di una quiete apparente, Perugia stava cambiando radicalmente. Gli spostamenti verso l’area democratica aumentavano a vista d’occhio preparando la grande rivincita di Rocchi. Anche i clericali cambiavano pelle e le più accese famiglie “temporaliste” si erano convertite alla monarchia. La carrozza che attendeva il Re alla stazione per portarlo in città era quella dei Baldeschi, e della delegazione che a maggio si recò al Quirinale per invitare ufficialmente il Sovrano a Perugia faceva parte il pittore conte Lemmo Rossi Scotti che offrì alla regina Margherita i versi di suo fratello Luigi da lui illustrati.
La bufera antiliberale si scatenò nelle elezioni del mese di aprile 1893 quando un “fascio democratico” che raggruppava tutte le sinistre costituzionali, ottenne 29 consiglieri su 40 e riportò Rocchi alla guida del Comune.
Angeloni si ritirò a vita privata dove la morte lo colse all’età di 59 anni, il 19 novembre 1897.
Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Corriere dell'Umbria del 15 maggio 2006)

Tiberio Berardi

La prima Giunta di Rocchi era composta prevalentemente da liberali moderati con i quali l’intraprendente sindaco “democratico” riusciva a stento a collaborare, fino al punto da tenerli informati il meno possibile sui provvedimenti che intendeva adottare. Berardi (nella foto) era il rappresentante più prestigioso del gruppo degli assessori che comprendeva Evelino Waddington, Federico Pucci, Reginaldo Ansidei, Tito Orsini, Pirro Montesperelli, Aristide Foschi e Cesare Fani. Furono loro a dare le dimissioni perché Rocchi li teneva all’oscuro di tutto ed il primo firmatario della protesta fu proprio Tiberio Berardi (15/4/1815-1/9/1890).
Il vecchio patriota apparteneva a quella generazione che aveva scritto la storia del Risorgimento, combattendo in Veneto nel 1848 e a Roma nel 1849. Dieci anni dopo sarà uno dei protagonisti della rivolta perugina e membro del governo provvisorio. La condanna a morte che gli piovve sul capo lo costrinse a fuggire in Toscana da dove continuò a lottare per il trionfo della causa liberale. Dopo la liberazione fu uno degli uomini di punta dei liberali perugini e nelle elezioni politiche del 1861 venne eletto deputato nel collegio di Foligno. L’esperienza parlamentare si ripeté nel 1880, nel secondo collegio di Perugia, quando riuscì a battere il suo rivale Ariodante Fabretti, deputato uscente (329 voti contro 258).
Furono elezioni infuocate che videro il vecchio Berardi al centro di attacchi violenti da parte de “La Provincia”, mentre “Il Progresso”, il foglio dei liberali, si schierò a favore pubblicando la sentenza di condanna a morte emessa dal potere papalino. Ma Pianciani, l’articolista del giornale di Rocchi, non si dette per vinto rivelando che Berardi, già prefetto in varie province, “era stato a suo tempo dispensato dal servizio per incompetenza”. Ormai si era scesi sul piano personale e i liberali adottarono lo stesso sistema ricordando che Pianciani era un agente fiscale del defunto regime e affondò la lama su “quei vigliacchi che al tempo del papa non ebbero il coraggio di prendere un fucile e correre alla difesa della città e forsanche andarono a rallegrarsi col restaurato Commissario papale… e che oggi sorgono maestri di libertà ai vecchi liberali e gettano fango sul canuto lor capo.”
La “cavalleria” non mancava nemmeno allora e in questa occasione il giornale di Rocchi perse la partita. Nelle elezioni parziali del luglio 1884 le cose si misero male per i democratici e la lista liberale ottenne il pieno successo, senza eccessivi sforzi considerato che su 2.280 elettori solo 375 votarono. A novembre fu eletta la nuova Giunta di moderati in cui figuravano Tiberio Berardi e Paolo Angeloni che si alterneranno alla guida del Comune per un quadriennio ciascuno, in attesa del grande ritorno di Rocchi.
Berardi venne eletto sindaco f.f. (29 novembre 1884) in attesa del decreto formale che arriverà il 21 maggio dell’anno successivo. Il panorama politico generale si stava modificando e a Roma si guardava con interesse alle imminenti imprese coloniali già programmate. In questo contesto i conservatori, al contrario dei democratici, dei radicali e dei repubblicani, non avrebbero ostacolato la politica coloniale che diventerà vera e propria “avventura” con il governo di Crispi.
Il 21 febbraio, infatti, partì per Massaua una compagnia di fanteria appartenente al 6° Reggimento di stanza a Perugia. Ci furono grandi cerimonie e solenni discorsi sotto l’egida del nuovo sindaco, non ancora consacrato dal decreto reale, mentre “La Provincia” spargeva manciate di gelo sull’impresa africana.
I segni più importanti che Berardi lasciò sono legati alla bonifica sanitaria della città e alla creazione dell’Istituto Agrario. Subito dopo il suo insediamento nominò una commissione per indagare sulle condizioni igieniche di Perugia. Le conclusioni non furono incoraggianti se alla fine del 1885 ancora quattro case non erano abitabili per mancanza d’aria e travature vacillanti; in altre tredici si accumulava letame e immondizie nei fondi; in 17 erano alloggiati animali e le stalle non disponevano né di piancito né di scoli; le latrine mancavano dovunque e gli orti interni all’abitato, concimati con i liquami dei pozzi neri, creavano seri problemi non solo all’olfatto. Il sindaco continuava il lavoro dei suoi predecessori in un settore vitale per la città che, grazie all’insistenza di queste attenzioni, allontanò il pericolo del colera abbastanza ricorrente nelle città vicine.
Nel mese di gennaio 1886 Berardi e l’onorevole Fani andarono a Roma e furono ricevuti da una delegazione governativa per patrocinare la richiesta di devolvere i beni di San Pietro a favore della scuola agraria. I monaci benedettini, ormai anziani, erano rimasti solo 4 e bastava che ne fossero morti due (cosa che si verificò il 26 febbraio 1890) per far scattare la clausola dell’indemaniamento prevista dal decreto Pepoli. I Benedettini avevano organizzato una fiorente colonia agricola che raccoglieva circa duecento ragazzi, ma si trattava di trasformare la colonia in una vera e propria scuola superiore ad indirizzo agrario, come avevano esplicitamente richiesto il Comune e la Provincia, dal momento che specializzazioni del genere esistevano solo a Napoli e a Milano. Perugia, a differenza delle due città citate, che non avevano terreni disponibili per le esercitazioni pratiche, a Casalina disponeva di una tenuta di oltre duemila ettari, ideali per il tirocinio. Se quei beni, anziché allo Stato, fossero stati assegnati alla futura istituzione scolastica, ne avrebbe guadagnato un settore vitale dell’economia italiana.
Il progetto presentato prevedeva che gli studenti di Milano e di Napoli avrebbero potuto essere ospitati a Perugia per frequentare i corsi di perfezionamento, in particolare nel settore enologico, che avrebbe costituito uno dei punti qualificanti e specializzanti del nuovo indirizzo. L’attenzione all’enologia fu una scelta lungimirante a all’avanguardia, in un’epoca in cui non esistevano indirizzi simili e si vinificava semplicemente secondo la tradizione e l’esperienza acquisita.
Il viaggio di Berardi e di Fani a Roma ebbe un seguito nella legge 10 luglio 1887 (Legge Fani) con la quale il patrimonio dei Benedettini di San Pietro fu costituito in “Ente Morale Autonomo e destinato al mantenimento dell’istruzione agraria sotto la diretta autorità dello Stato.” Su questa prima struttura sorgerà poi la vera e propria Facoltà di Agraria.
Il 17 novembre 1889, dopo le elezioni amministrative svoltesi con la nuova legge elettorale, il vecchio combattente, ormai stanco e sofferente, passò la mano a Paolo Angeloni. Morirà poco dopo, il 1° novembre 1890.
Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Corriere dell'Umbria del 1 maggio 2006)

Ulisse Rocchi

Nella primavere del 1877 i Perugini poterono assistere alla prima campagna elettorale vivace con colpi bassi e lacerazione di manifesti. I liberali erano impegnati nella consueta gara di litigiosità interna, tanto che Ansidei aveva passato di nuovo la mano a Waddington, sindaco f.f.. Ma questa volta l’avvicendamento non funzionò, tanto che entrambi si dimisero con altri tre assessori. Il Consiglio provvide al ricambio ed entrarono in Giunta Michelotti, Schioccolini e Ulisse Rocchi (nella foto), arrivato a Palazzo dei Priori l’anno prima: una terna di “democratici”. L’otto aprile si insediò il nuovo esecutivo comunale e Schioccolini, l’uomo di Rocchi, divenne sindaco f.f.. Il voto di luglio non portò chiarimenti risolutivi, anzi, per certi aspetti complicò la situazione. La novità fu rappresentata dalla presenza di una lista clericale (Giovan Battista Rossi Scotti, Alessandro Antinori e Giannantonio Ranieri) e di un’altra della Società Operaia, entrambe trombate, mentre i liberali e i progressisti elessero sette candidati ciascuno. Si ricompose una Giunta senza Rocchi e l’avvocato Vincenzo Micheletti divenne sindaco “f.f.” in attesa di equilibri più stabili. I quali non si fecero attendere poiché le posizioni politiche si sovrapponevano, tanto che alcuni candidati figuravano in più liste, prassi diffusa e consentita in quel tempo. Nelle elezioni del luglio successivo (1878) i liberali ebbero la meglio sui progressisti, ma le critiche ad Ansidei non cessarono e il conte decise di farsi da parte. Ebbe inizio l’ascesa di Ulisse Rocchi. Il democratico che si professava “progressista-monarchico” divenne sindaco f.f. il 14 novembre, in attesa del decreto reale che arriverà il 1° luglio successivo. Toccherà a Rocchi, approdato da poco alla monarchia, telegrafare il giubilo di Perugia al sovrano per essere scampato all’attentato di Passanante (17 novembre 1878).
La nomina di Rocchi (17/12/1836-24/2/1919) rappresentò un evento notevole sul piano politico che passò quasi inosservato. Era l’esponente della borghesia che, almeno per il momento, accantonava il notabilato agrario; il progressista che si imponeva sui conservatori; il rappresentante di una generazione che non aveva preso parte alle battaglie del Risorgimento; il “trasformista” prestato alla monarchia senza convinzione. Il suo ingresso “morbido” nelle stanze del potere corrispondeva allo spirito dei tempi e fu agevolato (o voluto) dal prefetto Maramotti in omaggio alle direttive del governo De Pretis che incoraggiava scelte trasformistiche anche nelle periferie della penisola.
Rocchi era un borghese elegante e distinto, di professione medico e direttore dell’ospedale cittadino, proprietario di una discreta tenuta nella zona dell’Elce. Aveva fondato un giornale “La Provincia”, di cui era editore e direttore. In due periodi intervallati fu sindaco per quindici anni (dal 4/7/1879 al 20/5/1885 e dal 27/4/1893 al 29/3/1902). Il suo nome è legato al trinomio “luce, acqua, tram” che rappresenta il pacchetto di opere più significative realizzate in città. Con lui finì anche il “volontariato amministrativo” del governo dei notabili agrari e rese definitiva l’indennità di 2.000 lire annue a favore del sindaco adottata due anni prima.
La sua evoluzione verso la monarchia non destò stupore perché non fu la prima, né sarà l’ultima. Era il prezzo che si doveva pagare, considerato che le chiavi del Palazzo dei Priori si ottenevano per decreto reale. Poco amico delle regole del bilancio e dei condizionamenti in genere, anche nei rapporti con l’esecutivo comunale aveva una teoria tutta sua. Nel gennaio del 1880 la Giunta, a maggioranza moderata, si dimise perché non veniva informata sugli atti che il sindaco sottoponeva al Consiglio. Rocchi rispose al primo firmatario, Tiberio Berardi, che in futuro sarebbe stato più “comunicativo”, ma sottolineò che i sindaci venivano nominati dal Re. Un po’ per il caratterino che si portava addosso e un po’ per il volume delle iniziative intraprese, fu fatto segno a critiche feroci, soprattutto nel secondo periodo del suo mandato, quando era sorretto da una Giunta a maggioranza democratica. Gli esponenti conservatori e la stampa liberale si scatenarono contro di lui poiché non rappresentava solo l’avversario politico che reggeva il Comune, ma anche il proprietario e il direttore di una testata che sul piano delle polemiche dava lezioni a tutti. Gli venivano addossate anche colpe non sue, come la disgrazia lungo la strada delle mura etrusche. Era il 4 febbraio 1902 e sul tratto che sale verso il centro della città, tra l’Arco Etrusco e l’Università per Stranieri, franò il muro di sostegno seppellendo diversi operai. Si scatenò una speculazione politica senza precedenti. Fu la fine politica di Rocchi. Le elezioni parziali del 6 luglio portarono in Consiglio 14 liberali e solo 5 democratici.
I tempi stavano cambiando e socialisti e repubblicani avevano tolto ai liberali il vessillo anticlericale e ai democratici la prerogativa di rappresentare le classi più deboli. Rocchi, non più sindaco ma sempre sulla breccia, riscoprì le sue antiche radici e si accostò al giovane repubblicano Guglielmo Miliocchi che dalle colonne de “Il Popolo”, la testata mazziniana sorta nel 1901, furoreggiava a Perugia. Nelle elezioni politiche del 1909 si candidò per i popolari nei due collegi di Perugia. La sconfitta era scontata, ma ottenne un notevole successo personale, considerato che i suoi avversari erano due deputati di ruolo, Pompili e Fani (1370 voti contro i 2158 di Pompili nel primo e 619 contro i 2321 di Fani nel secondo collegio). Le schermaglie elettorali furono talmente animate che la partecipazione alle urne superò il 60%, cosa mai vista prima d’allora. Per la circostanza gli avversari storici dell’ex sindaco si mobilitarono in massa, e “L’Unione Liberale” satireggiava: “… io sono un democratico / mi si legge negli occhi / e quello che è più comico / lo crede anche Miliocchi. / basta guardarmi l’abito / e sentirmi parlare / per doversi convincere / che sono “popolare”./ D’antica fé monarchica / per seguir l’ideale / vagheggio la repubblica / da schietto radicale./ Per far piacere al popolo / che m’è tanto cortese / faccio il socialistoide / truccato da borghese./ Così tutto d’un pezzo / di diversi frammenti / più non mi raccapezzo / ma fo tutti contenti./ Son tanto benemerito / del paese nativo! / Almen tutti lo dicono, / anche da me lo scrivo…”
Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Corriere dell'Umbria del 25 aprile 2006)

Evelino Waddington

Le elezioni parziali si svolgevano ogni anno per rinnovare un quinto dei consiglieri comunali, oltre i dimissionari e gli eventuali defunti. Venivano dette “elezioni di luglio” dal mese in cui si tenevano. Il sistema del rinnovo scaglionato dei consiglieri era tipico di una società senza fermenti, in cui i notabili dell’aristocrazia terriera avevano in comune gli stessi interessi, oltre alle stesse idee, e le poche schede depositate nell’urna non riservavano sorprese. Ma nella seconda metà dell’Ottocento arrivarono i primi scossoni. Non solo si fecero strada teorie contrarie al liberalismo e alla monarchia, ma in seno allo stesso schieramento liberale comparvero le prime agguerrite divisioni tra progressisti e conservatori. Le elezioni di luglio diventarono, così, un termometro per misurare gli umori e in alcuni casi furono destabilizzanti
Evelino Waddington (nella foto) divenne sindaco grazie a questo sistema. Era un benestante nato a Londra nel 1806, ma da tempo residente a Perugia, dove prese la cittadinanza italiana nel 1838. Per deferenza lo chiamavano “Sir Waddington”, ma nessuno lo aveva nominato “Sir” ed inoltre quel titolo avrebbe dovuto precedere il nome e non il cognome. Nel 1836 sposò Marianna Bacinetti, l’amante del Re di Baviera e vedova del marchese Ettore Florenzi, morto tre anni prima. La signora marchesa, a quanto pare, preferiva l’amore esotico e non aveva tutti i torti perché il marito italiano che le avevano in precedenza affibbiato portava sulle spalle un quarto di secolo più di lei, mentre il distinto londinese era bello, aitante e di quattro anni più giovane. La scelta fu concordata con l’amico Re di Baviera perchè le manovre, già molto avanzate, volevano rimaritarla con il ricco marchese Strozzi di Ferrara, più anziano di lei e che per giunta faceva anche il difficile sulla sua relazione con Ludwig. Evelino, invece, si mostrò più comprensivo; del resto veniva da un paese in cui quasi due secoli prima, un certo John Locke aveva scritto la “Lettera sulla tolleranza”. Ma l’amico Re di Baviera, grande esperto di donne sposate, qualche preoccupazione la nutriva per confidare ad una lettera: “Avremo difficoltà a vederci, un altro Ettore non se ne trova.” Il Papa puntò i piedi e si oppose alla celebrazione del matrimonio misto. Quella ribelle di Marianna gli dava troppe preoccupazioni. Si poteva chiudere un occhio sulla sua relazione con Lodovico, che in fin dei conti era il Re del più grande stato cattolico della Germania, ma che la poliedrica donna accogliesse in casa schiere di liberali mangiapreti e si incaponisse a voler sposare un anglicano scismatico, era troppo. I due colombi rimediarono subito e a Firenze il console britannico formalizzò la loro unione, provocando i fulmini del Papa che bandì la marchesa dagli Stati Pontifici e pose i suoi beni sotto sequestro. Ebbe inizio un periodo di peregrinazioni tra Londra, Parigi e soprattutto Monaco di Baviera, dove Marianna vantava qualche amicizia. Ma il pensiero della bella villa di Colombella, di quella di Ascagnano, del palazzo in via Baglioni, dei numerosi poderi e del clima perugino ebbe la meglio su Evelyn che, folgorato dalla grazia, si fece cattolico. I due coniugi tornarono a Perugia e si stabilirono nel nuovo palazzo di via del Verzaro, oggi sede della facoltà di magistero, dopo che Marianna aveva ceduto l’antico palazzo Florenzi al figlio Lodovico.
Evelino nutriva una spiccata passione per la politica e sognava ambiziosi traguardi, ma dopo le soglie del Comune di Fratta, in cui ricoprì l’incarico di priore, riuscì a varcare solo quelle del Comune di Perugia dove fu consigliere dal 1841 al 1847. La sua ora scoccò dopo la “liberazione” con la nomina a componente della Giunta insediata da Pepoli e poi membro della commissione incaricata di portare al Re Vittorio Emanuele II i risultati del plebiscito. In quella occasione fu insignito del titolo di cavaliere di San Maurizio e Lazzaro.
Il dinamico inglese si dava da fare anche nella società civile e agli inizi del 1863 divenne presidente della “Società Anonima” che aveva il compito di ricercare minerali non meglio precisati nella regione dell’Umbria. L’incarico ebbe breve durata poiché la società venne sciolta per mancanza di minerali. Astuto e stimato per la sua rettitudine, nella Giunta Ansidei rappresentava l’ala conservatrice, molto agguerrita, che intralciava con sistematicità i programmi del sindaco, impegnato in quel periodo nella controversa destinazione urbanistica del colle Landone, sul quale iniziavano i lavori del palazzo che poi diventerà della Provincia, ma che in quel tempo non aveva ancora una destinazione precisa. Ansidei, in attesa di equilibri più stabili, passò la mano allo smanioso Evelino (1867) pur rimanendo in Giunta, e il perugino di Londra divenne sindaco facente funzione. Il ricorso ai sindaci “f.f.” era un espediente diffuso e serviva non solo a stabilizzare situazioni politiche precarie, come in questo caso, ma anche a sostituire titolari assenti per lunghi periodi. L’investitura formale da parte del Re poteva arrivare in un secondo tempo e Waddington la ebbe il 15 marzo dell’anno successivo.
Era necessario che le elezioni di luglio confermassero la svolta conservatrice avvenuta in Comune e il nuovo sindaco si dette da fare in tal senso. Ci fu grande maretta quando si sparse la voce, smentita dagli interessati, che aveva fatto incontrare in casa sua l’Arcivescovo Pecci con il prefetto Gadda. L’unica cosa certa è che in luglio, il candidato clericale Tiberio Borgia ottenne i maggiori consensi (244 voti) e con lui furono eletti Giancarlo Conestabile, Giovanbattista Rossi Scotti e Menicone Meniconi. Da dove venissero tutti quei voti clericali nella Perugia del Venti Giugno non è difficile intuirlo. Il convertito, quindi, poteva ancora tenere le chiavi del Palazzo dei Priori e le tenne fino al 6 marzo 1870, quando il clima politico si modificò e Ansidei riprese il timone del Comune (2° febbraio 1870).
Waddington confermò la linea politica del suo predecessore. Il colera mieteva vittime e anche lui si mise ad esortare i cittadini a “non gettare liquidi dalle finestre” e “a fuggire l’ubriachezza”. Ebbe solo maggiore fortuna perché contro il morbo era arrivato il vaccino con l’amaro “Fernet Branca” che sulla “Gazzetta dell’Umbria” si reclamizzava “anti-choleroso”. Fu un combattente coriaceo e si distinse nell’agone politico fino alla fine, anche dopo la morte della moglie Marianna (1870), cui era legato da devozione profonda. Rimase assessore nella Giunta Ansidei e nel 1877 ricoprì di nuovo, per qualche mese, l’incarico di sindaco f.f. a causa dei soliti dissidi interni ai liberali. La Congregazione di Carità lo ebbe come suo Presidente fino al 1880.
La politica e l’accento anglosassone, che non riuscì mai a perdere, facevano parte della sua esistenza, come l’onestà e la generosità, a volte altezzose ma sincere. Fu prodigo con tutti, fino a fare qualche firma di troppo, per morire indigente nel 1882.
Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Corriere dell'Umbria del 15 aprile 2006)

Reginaldo Ansidei

Nella scala delle gerarchie nobiliari, Perugia fece un passo in avanti perché un conte era superiore ad un barone nel cursus honorum aristocratico. E con un blasonato del genere ebbe inizio la terna dei sindaci dalla salute di ferro (Ansidei, Rocchi e Valentini) che ricoprì 48 dei 62 anni intercorsi tra l’Unità d’Italia e l’avvento del fascismo.
Reginaldo Ansidei (nella foto), insomma, aveva i numeri per passare alla storia municipale e quando Danzetta lasciò il Palazzo dei Priori per occupare il suo seggio alla Camera dei Deputati, e i consiglieri scelsero lui come successore, il Re non esitò a firmare il decreto, il 31 maggio 1861.
Nato nel 1823 aveva due anni meno del suo predecessore e come lui vantava una laurea in Giurisprudenza “in utroque”, come si diceva allora. Amava l’arte pittorica e le cronache del tempo ci assicurano che disegnava benissimo. Si mise subito al lavoro per dare alla città un volto dignitoso e pulito, liberandola dalle deturpazioni e dalla sporcizia che i vari delegati papalini avevano tollerato e in parte prodotto, incominciando dal Palazzo dei Priori dove le violenze perpetrate alla stupenda architettura originaria, con la demolizione e muratura di alcune trifore gotiche e l’apertura di finestre munite di orrende persiane per ricavare riservatissime sale ai monsignori di turno, gridava vendetta al cospetto degli uomini. I Perugini, che avevano assistito impotenti allo scempio del loro Palazzo, apprezzavano la sua rude bellezza e protestarono con il sindaco perché i pezzi inseriti per effettuare il restauro biancheggiavano troppo e ne chiesero il patinamento.
Più complesso e difficile fu l’impegno per ripulire la città. Ripetute ordinanze affisse sui muri stabilivano il divieto “… di imbrattare comunque le pubbliche strade e gettare acqua, immondizie, sozzure, lavature di salumi, macerie, cose fetenti e fluidi qualunque, sia dalle finestre che dalle porte di casa e botteghe. Resta ugualmente vietato di imbrattare con orine tutte quelle vie e piazze ove sono sistemati pubblici orinatoi…”
La campagna di bonifica igienica era iniziata nel mese di febbraio 1864 con l’obbligo di mettere le gronde ai tetti dei palazzi, poiché l’acqua si rovesciava sui passanti con una violenza tale da sfondare gli ombrelli e irrorare copiosamente pantaloni e sottane. I proprietari avevano tempo un anno per adeguarsi alle inclemenze del tempo.
Nel mese di agosto ci si misero anche i cani a creare grattacapi al dinamico sindaco. Gli accalappiacani municipali si erano tutti dimessi perché disprezzati dalla popolazione e fatti bersaglio di lazzi e offese feroci. Ai Perugini stavano molto a cuore gli amici a quattro zampe e chi aveva il compito di catturali era considerato come il boia del Bulagaio. Ma i cani in circolazione erano troppi e oltre a creare inconvenienti facilmente intuibili, si temeva il pericolo dell’idrofobia che, secondo le convinzioni del tempo, era causata dalla sete patita. Giova ricordare che il morso di un cane idrofobo portava prima dal medico, poi al cimitero, e il sindaco impose che ogni negozio tenesse davanti alla porta un recipiente pieno d’acqua, da cambiarsi ogni giorno, come terapia preventiva. Dal momento che bisognava convivere con quelle bestie era preferibile che avessero una buona salute e non facessero una vita da cani. Nell’occasione fu imposto anche l’uso del collare con una piastrina su cui doveva essere inciso il nome, ma non fu precisato se dell’animale o del proprietario.
I provvedimenti del sindaco testimoniano, senza ombra di dubbio, che Corso Vannucci in quegli anni era ben lungi dall’essere il “salotto” che i Perugini vantano oggi con legittimo orgoglio.
L’attenzione per la città andò di pari passo con quella per il mondo rurale e nel mese di settembre 1862 il sindaco lanciò il proclama di una martellante campagna del cotone. Ansidei era convinto che si potesse coltivare anche in Umbria la pianta della fibra tessile, provvidenziale in quegli anni, dal momento che la Louisiana e la Georgia erano invischiate nella tormentata Guerra di Secessione americana. Il sindaco ci provò, ma fu un fiasco completo. Ebbero, invece, successo il potenziamento dell’istruzione pubblica che vide nascere la prima scuola serale per lavoratori e un’assistenza sanitaria più estesa con la creazione di condotte mediche nelle campagne (Mugnano, Castel del Piano, Ponte San Giovanni, Ponte Felcino e Colle del Cardinale).
Il 7 giugno 1861 la “Gazzetta dell’Umbria” uscì listata a lutto: era morto Cavour. I timori per la traballante unità raggiunta si unirono al rimpianto per la perdita dello statista. Anche la Messa funebre che i liberali perugini volevano celebrare in Duomo rischiava di andare a monte perché Cavour era uno scomunicato. Ansidei si recò personalmente dall’Arcivescovo Pecci a perorare l’iniziativa e solo dopo la conferma arrivata da Torino che il Primo Ministro era morto con i Sacramenti, fu celebrata la solenne cerimonia funebre in cattedrale.
Ansidei si adoperò per far venire il Re a Perugia, ma al Ricasoli sembrava prematura una visita del Sovrano nelle terre che fino a poco prima erano state del Papa. Vittorio Emanuele II, infatti, sarà ospite della città solo il 30 gennaio 1869; intanto arrivò il principe Umberto, la sera del 30 settembre 1861.
Ricoprì l’incarico di sindaco fino al 3 luglio 1879 con un intervallo (1868-1870) che vide alla ribalta Evelino Waddington. In occasione della morte (6 febbraio 1892) la poetessa Alinda Bonacci Brunamonti gli dedicò questa epigrafe: “Sostenne per XVI anni la dignità di Sindaco di Perugia / vagheggiando per il suo Municipio / gli splendori e la forza degli antichi comuni / con fine intelletto d’amore / conservando restaurando edificando / cuore munifico vita operosa.”
Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Corriere dell'Umbria del 3 aprile 2006)

Nicola Danzetta

Nei due giorni in cui si votò per il Plebiscito (5 e 6 novembre 1860) si svolsero anche le elezioni per il Consiglio comunale e provinciale. La partecipazione fu scarsa perché si dovevano scrivere i nomi dei candidati sulle schede e con l’analfabetismo imperante l’esercizio effettivo del diritto elettorale veniva frustrato da una spiacevole situazione di fatto.
Lo spoglio delle schede riservò una piccola sorpresa: il conte Federico Pucci Boncambi aveva preso più voti del barone Nicola Danzetta (nella foto), gonfaloniere già da due mesi. Ma non ci furono sussulti né cambiamenti poiché il sindaco veniva nominato per decreto reale nell’ambito degli eletti, così il barone rimase al suo posto con buona pace di tutti. Ormai ci si avviava verso la normalizzazione delle autonomie locali e l’Alto Commissario Pepoli, l’11 dicembre, firmava l’ultimo decreto di una certa importanza: la soppressione delle congregazioni religiose.
Danzetta era nato a Perugia nel 1821, l’anno delle sommosse patriottiche, e aveva respirato l’aria delle vicende risorgimentali. Laureato in Giurisprudenza nel 1840, ricoprì vari incarichi pubblici tra cui quello di amministratore del Nobile Collegio della Mercanzia e di cassiere dell’Istituto di Credito che diverrà poi la Cassa di Risparmio di Perugia.
L’esperienza politica ebbe inizio nel 1845 con l’elezione a consigliere comunale della città papalina, ma fu arrestato qualche anno dopo, nel 1852, con l’accusa di appartenere ad una società segreta di ispirazione mazziniana. Il 20 giugno 1859 fu tra i promotori della sommossa cittadina e tra i membri del governo provvisorio e il 20 luglio dovette fuggire in esilio in seguito alla sentenza di condanna a morte.
Dal mese di novembre, dunque, Nicola Danzetta poté governare il Comune con un Consiglio ed una Giunta liberamente eletti. Ma l’impegno amministrativo fu distratto da altri appuntamenti elettorali importanti, perché il 27 gennaio si doveva votare per le politiche, le prime del nuovo assetto unitario. Era una stagione storica in cui Perugia e l’Umbria costruivano le loro libere assemblee e sceglievano gli uomini cui delegare la rappresentanza nel Parlamento nazionale. Il sindaco si lanciò alla ricerca affannosa dei candidati blasonati e offrì il primo collegio di Perugia nientemeno che a Cavour, il leader indiscusso del liberalismo italiano. L’invito venne declinato con motivazioni nobili in quanto vincoli di affetto e di riconoscenza legavano il primo ministro alla sua Torino, altrimenti “io sarei stato fiero di rappresentare la capitale dell’Umbria… con il suo costante patriottismo e le sciagure eroicamente patite…” Così fu candidato Gioacchino Pepoli con lo stesso Danzetta, un conte e un barone. E poiché Pepoli, una volta eletto, optò per il collegio di Bologna, la sua città natale, in aprile si tennero nuove elezioni.
Questa volta il candidato era il generale Maurizio Gerbaix de Sonnaz che si era fatto un’idea di Perugia e dei suoi dirupi con Manfredo Fanti studiando le cartine militari all’atto della liberazione e da quel giorno non aveva messo più piede in città.
La provincia dell’Umbria comprendeva allora dieci collegi ed aveva dieci deputati. Perugia era divisa in due, la parte nord con Umbertide, il Lago e Città della Pieve apparteneva al primo; i rioni a sud con Bastia ed Assisi al secondo. Le altre circoscrizioni facevano capo a Città di Castello, Fuligno (sic), Spoleto, Todi, Orvieto, Terni, Rieti e Poggio Mirteto. Poche province vantavano un numero di rappresentanti tanto elevato (Torino 19, Milano 18, Napoli 18) ma a rappresentare questa terra, per lunghi anni furono solo in due: Nicola Danzetta di Perugia e Tiberio Berardi di Foligno. Gli altri otto erano tutti importati. Il vezzo di essere “ospitali” verso candidati forestieri è una storia vecchia da noi e non sorprende se poi questi rappresentanti non avessero la minima idea dei problemi del territorio e della gente che aveva loro conferito la delega. Alcuni di loro non si fecero mai vedere da queste parti, forse perché non disponevano di strumenti topografici aggiornati per trovare la strada. D’altra parte, almeno allora, una classe dirigente di qualità non era cresciuta sotto il regime pontificio e si fece ricorso all’unico criterio apparentemente affidabile: il notabilato.
Danzetta lasciò l’incarico di sindaco il 3 maggio 1861 per rappresentare Perugia alla Camera dei Deputati in ripetuti mandati fino al 1871, anno in cui fu nominato senatore del Regno. Temperamento dotato di un saldo controllo di sé, perse le staffe solo nel 1870, l’anno della proclamazione di Roma capitale, quando gli riferirono che un suo dipendente aveva scritto sui muri di Corciano “W il Papa Re”. Per uno come lui che aveva speso la vita lottando contro il potere pontificio dal quale era stato condannato a morte, si trattava di un affronto imperdonabile e qualche giorno dopo il “Corriere dell’Umbria” dava la notizia che il grafomane era stato licenziato.
Fu uno degli ultimi rappresentanti autorevoli di quella classe “risorgimentale” che aveva costruito l’unità d’Italia e godeva di grande prestigio. Quando il 26 marzo 1885, a settantaquattro anni, lasciò questo mondo, i Perugini parteciparono in massa agli imponenti funerali e gli resero onori solenni.
Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Corriere dell'Umbria del 27 marzo 2006)

Dal Papa a Pepoli

Il 15 settembre 1860 fu il primo giorno di indipendenza dal potere papale per la città di Perugia liberata. Un decreto del conte Gioacchino Pepoli (nella foto) aveva insediato una commissione municipale per il governo provvisorio composta da otto membri tra i quali spiccavano Giacomo Negroni, Francesco Donini Alfani, Federico Pucci Boncambi, Frncesco Bonucci, Evelino Waddington e Nicola Danzetta.
Pochi giorni dopo, quest’ultimo fu nominato gonfaloniere (il termine “sindaco” non era ancora di moda) e con questo titolo amministrò la città fino alla primavera successiva, succedendo al marchese Alessandro Antinori.
Il commissario Pepoli era coadiuvato dal marchese Filippo Gualterio di Orvieto che diventerà il primo prefetto della provincia di Perugia (dicembre 1860), la più estesa d’Italia, comprendente Terni, Rieti, Orvieto e la Sabina.
Intanto si stava preparando il plebiscito sull’annessione, fissato per il 5 e il 6 di novembre. I Vescovi umbri si erano mobilitati alla grande invitando i fedeli e gli elettori a votare “No”, ma una parte del clero non era d’accordo e storceva la bocca. Tra l’altro correva voce che anche un paio di cardinali del Sacro Collegio non fossero convinti della bontà del potere temporale del Papa. Don Leone Farinelli, parroco di Collestrada, aggredì le rampe di San Girolamo alla testa di un plotone di parrocchiani, sventolando il tricolore e con in testa un vistoso cappello di carta su cui era scritto “Si”. Quando lo videro in piazza della Fontana Maggiore, i Perugini andarono in visibilio, lo issarono sulle spalle volando per le scale della Vaccara, come alla festa dei Ceri, fin dentro la Sala dei Notari, dove era il seggio. Da quello scomoda posizione don Leone, che doveva essere un tipo atletico e contorsionista, riuscì a fare il suo dovere di elettore e ad infilare la scheda nell’urna. Qualcosa del genere avvenne poco dopo con don Giovanni Ghirga.
E’ comprensibile che il Vescovo Pecci masticasse amaro nel vedere i pastori in combutta col gregge e corse ai ripari pretendendo il ricorso alla disciplina con una pubblica ritrattazione da parte dei preti ribelli. Alcuni si rifiutarono ed incapparono nella massima sanzione canonica; altri 15 aderirono al richiamo vescovile e subirono una raffica di esercizi spirituali confezionati per la circostanza.
E’ difficile stabilire con precisione quanti fossero gli aventi diritto al voto nella regione. Gli elettori ufficiali erano 128mila su una popolazione di circa 772mila abitanti. Non esistevano documenti di identità e chi si presentava votava. Tanto il risultato era scontato e non si correva il pericolo di grossi brogli. Per gli analfabeti fu difficile distinguere il “Si” dal “No”, ma venne in soccorso la zoologia che orientò gli sprovveduti verso la “serpolina”.
Il quesito era così formulato: “Volete far parte della Monarchia Costituzionale di Vittorio Emanuele?” A Perugia i voti favorevoli furono 10.338 e 38 quelli contrari. Sull’intera regione 97.040 contro 380 (0,39%) voti papalini. Si contarono anche 205 schede nulle che i commentatori dell’epoca attribuirono agli anarchici. La proclamazione dei risultati avvenne il 9 novembre.
E’ interessante notare quanto il governo pontificio fosse poco rimpianto. In Toscana, ad esempio, contro i 330mila voti favorevoli all’annessione, 14mila (4,2%) erano andati al Granduca. Ai temporalisti nostrani più accaniti, che qualche decennio dopo riapparvero in città, queste cifre avrebbero dovuto suggerire qualcosa.
Dopo il plebiscito, Pepoli si occupò dei sacerdoti scomunicati rimasti senza sostentamento e assegnò loro una pensione mensile di 60 lire. Tra questi don Natale e don Giovanni Severini di Sigillo, don Felice Pieraccini di Pozzuolo, Don Giuseppe Maria Pico di Perugia e altri ancora. Furono assegnate 60 lire anche al canonico Alfonso Brizi di Città della Pieve, che la mattina del plebiscito aveva celebrato la messa in duomo invocando i lumi dello Spirito Santo sui votanti e provocando la pronta rampogna del vescovo mons. Foschini.
Altri sacerdoti furono aiutati in modo diverso, come il dottissimo Adamo Rossi, figura di spicco nella cultura perugina, nominato bibliotecario dell’Augusta finché non perse il posto nel 1885 a causa della clamorosa vicenda del “Cicerone rubato”.
Il 17 dicembre Vittorio Emanuele II firmò il decreto che dichiarava l’Umbria provincia e parte integrante del regno. Il Comune di Perugia annunciò l’evento il 31 dicembre con un proclama in cui si esortavano maliziosamente i Perugini a “muovere al tempio per ringraziare il Dio della Giustizia”. Era l’ultimo giorno dell’anno e la Cattedrale di San Lorenzo doveva rimanere aperta per il solenne “Te Deum” di ringraziamento tradizionale che il vescovo ed il clero avrebbero cantato con la stessa fede di sempre, ma con minore entusiasmo. Alla cerimonia era presente anche il sindaco Danzetta e numerosi altri Perugini gongolanti. L’animo dei presenti si divideva in sentimenti opposti e dal cielo sarà partito un sorriso ammiccante verso il sindaco di Perugia finalmente italiana, mentre al futuro Papa della “Rerum novarum” qualche grillo consolatore avrà sussurrato che la Chiesa sarebbe stata più libera ed autorevole ora che il suo Capo non aveva in testa la corona da Re.
Sulle vie della città e sui campi echeggiava un festoso e martellante ritornello, inneggiante alla fine del potere temporale dei papi. Erano i versi di un poeta anonimo sulla bocca di tutti in quei giorni: “Fior di viole,/ sapete la ragion delle bandiere?/ E’ ito il Temporale e spunta il sole./ Il Temporale non fa più paura./ Non è sparito ancor ma poco dura.”
Roberto Sciurpa
(Pubblicato su Corriere dell'Umbria del 20 marzo 2006)